Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Ecco, la sua immagine adesso era nitida. Gli occhi stanchi, con sotto due pesanti borse scure. Rughe profonde nella pelle avvizzita. I capelli sembravano più radi di quanto ricordasse. Avevano iniziato a scoprire chiazze di cuoio capelluto con macchie epatiche.
«Cazzo, quando sono diventato così vecchio?» Era una domanda retorica.
Il gocciolio diventò un rivolo continuo quando Sebastian diede un altro giro al rubinetto. L’acqua girava nel lavabo, portando via le dense chiazze marroni, gorgogliando mentre veniva inghiottita dallo scarico. C’era ancora il rumore delle gocce, amplificato in quel modo strano, ma adesso era accompagnato da un suono più lieve, sotto allo scroscio dell’acqua. Sebastian lo ascoltò. Era un suono familiare.
In quel momento, se avesse di nuovo permesso alla sua immaginazione di scatenarsi, avrebbe detto che era il suono di voci che sussurravano.
Dodici
15:45
Daniel scivolò dalla porta posteriore, assicurandosi che non sbattesse alle sue spalle. Nel cielo finora coperto le nuvole si erano dissolte, mostrando l’azzurro sottostante, come un ginocchio scorticato mostrerebbe il rosso della carne viva. Ogni pochi minuti, il vento si alzava e soffiava da nord, spingendosi con prepotenza attraverso il bosco fino alla radura, scuotendo avanti e indietro le chiome fronzute degli alberi.
Con una sola mano, Daniel accese il cellulare, accertandosi di avere una buona ricezione. Due tacche. Abbastanza buona. Sullo schermo comparve la scritta CASA mentre il numero si componeva in automatico.
Dopo due squilli, rispose una ragazza.
«Pronto?»
«Claire?»
«E chi altri potrebbe essere?» rispose sua figlia, con la sua perfetta miscela di allegria infantile e presunzione adolescente. «La mamma mi ha parlato della tua “intervista”. Non riesco a credere che lo stai facendo. È, insomma, un po’ folle, lo sai?»
«Già, sono sorpreso anch’io di essere qui.»
«Allora? Hai già visto qualcosa di spaventoso?»
Daniel sorrise tra sé. Parlare con Claire lo faceva sempre sorridere. «Non ancora, tesoro. Ma la giornata è appena iniziata.» Seguì la pista di pietre chiare scheggiate che si allontanava dalla casa, sempre più vicino al punto in cui gli alberi si aprivano come una bocca quando sbadiglia.
O grida.
«Sei andata in chiesa ieri?»
«Già, con la mamma.»
«Com’è stato?»
«Intenso. Ci è andato giù pesante con il fuoco eterno. Sai, per via di Halloween.»
Daniel lo sapeva benissimo. La sua chiesa non scoraggiava attivamente la ricorrenza, ma la lezione era sempre la stessa. L’orrore è il risultato del peccato. Il peccato apre la strada alla tentazione. La tentazione è l’arma numero uno del diavolo.
Era una formula così semplice. Quando poi la suonavi al contrario, avevi un bestseller garantito.
«A proposito, hai progetti per Halloween?»