Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Kate non si rese nemmeno conto di quando spinse la lama su per il braccio fino al gomito, superando di forza l’articolazione per entrare nella spessa muscolatura del bicipite. Non sentì niente, mentre girava la lama e la trascinava di nuovo lungo il braccio. Una striscia di pelle si staccò e rimase penzoloni come un bel taglio di selvaggina.
L’oscurità cominciò a filtrare ai margini del suo campo visivo, per avere la meglio su due occhi, una volta così belli, che adesso stavano per uscirle dalle orbite.
Qualcosa di caldo le scorreva lungo il polso e in grembo, e poi cominciò a schizzare fuori. La base del collo le si coprì di piccole macchie calde.
Kate guardava dritto davanti a sé, nelle orbite vuote di una delle sorelle Finch.
Ti ho battuto, pensò, con la mente sempre più annebbiata.
La sagoma pallida le sorrise in maniera curiosa, come a volerle dire che si sbagliava.
Ventitré
Sabato 22 aprile
Siamo venuti fin qui per niente, pensò Moore.
Guardò quella casa nei sobborghi mentre il taxi accostava al marciapiede. Era a due piani, dal fascino antico e in stile coloniale, bianca con le persiane nere, su una strada elegante e tortuosa del North Shore di Chicago. Le luci delle ricche case dai giardini meticolosamente curati riscaldavano varie strade più a est. Al di là di quel labirinto di strade senza sbocco, l’abisso scuro del lago Michigan inghiottiva il resto del mondo. A sud, le luci ammiccanti dei grattacieli del centro mordevano le nuvole basse.
«La gente vive davvero così?» domandò lei.
«A certe persone non importa del panorama» disse Sam.
Moore spalancò lo sportello posteriore del taxi e scese. Sam la seguì. Esitanti, risalirono il vialetto fino alla veranda. Moore allungò una mano per suonare il campanello, poi si fermò con le dita sospese a mezz’aria.
«Che cosa gli diciamo?» chiese.
Sam non rispose. Moore premette il pulsante.
Da dentro arrivò un piacevole suono di campanelli.
Alla porta, però, non venne nessuno.
Moore alzò il pugno e bussò, forte.
«Slaughter! Apri!»
Silenzio.
Andiamo, pensò. Devi essere a casa. Dobbiamo sapere cosa sta succedendo. Dobbiamo essere sicuri.
Senza preavviso, un brivido le attraversò il corpo. Sperò che nessuno venisse ad aprire. Voleva andarsene.
Se te ne vai adesso, non dovrai mai conoscere la verità.
Sentirono il rumore di una mano sul pomello, e la porta si spalancò. Davanti a loro c’era una donna dall’aspetto ordinario e gli occhi tristi.
La moglie di Daniel, pensò Moore. Come si chiama? Sabrina. Questa è Sabrina.
Doveva avere una quarantina d’anni, anche se di recente la vita gliene aveva aggiunti parecchi.
Un pensiero casuale attraversò in fretta la mente di Moore: Il dolore si porta via la gioventù.
«Sì? Posso aiutarvi?» Sabrina si costringeva a usare un tono piacevole, cercando disperatamente di aggrapparsi a una briciola del decoro che una volta conosceva.
Sam fece del suo meglio per offrirle un sorriso. «È in casa Daniel?»
«E voi siete…»