Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Stringendo i denti, costrinse il suo corpo ad alzarsi. Nel petto, qualcosa gli si spezzò. Un’altra costola, fratturata dal colpo. Sentì qualcosa che spingeva attraverso la pelle – l’estremità scheggiata di un osso – e poi un getto di sangue fresco che gli scorreva sul fianco.
La voce attutita di Daniel lo fece tornare subito a fuoco, come un’eco da un altro mondo.
«Torna qui! Lasciamelo fare! Devo farlo!»
Inseguiva ancora Sam, anche se dalla frustrazione nella sua voce Sebastian immaginò che il suo amico fosse temporaneamente fuori portata. O almeno lo sperava.
Le sue dita strinsero il pomello. Mentre lo girava, si sforzò di non perdere la presa per via del sangue.
La serratura scattò, misericordiosa, e Sebastian aprì la porta con una spinta. Piantando il gomito sul pavimento di legno, si trascinò dentro la camera. Si spinse contro il muro e, in silenzio, la richiuse.
Sentì un nuovo scatto della serratura.
Per il momento era in salvo. Per il momento era vivo.
Non dovrei esserlo, tuttavia, pensò.
Non dovrei sopravvivere a tutto questo.
Trentacinque
17:02
Anche quando Sam toccò il pavimento, non smise mai di muoversi. Si trascinò in fretta sui piedi, spingendosi più avanti nella stanza, lasciando un segno con il corpo nello spesso strato di polvere, mentre Daniel infilava l’accetta nel buco nel muro.
La prima cosa che Sam notò fu il freddo. La stanza all’ultimo piano doveva essere almeno di quattro gradi più fredda del resto della casa. Quando respirava, il suo fiato si condensava in una nube gelida.
La stanza era solo un grosso spazio vuoto e squadrato. Una densa coltre di polvere ricopriva il pavimento di legno. Sul lato opposto c’era una pila di mattoni crollati, e dietro la cabina dell’ascensore, con la porta a fisarmonica aperta.
Arrivato al centro della stanza, Sam si permise di fermarsi. Daniel era troppo grosso per infilarsi nel buco nel muro, ma questo non gli impediva di provarci. Premeva il corpo contro i mattoni come se si aspettasse di prendere la forma dell’apertura, come un bambino che cerca di forzare un blocchetto di legno nel foro sbagliato.
«Torna qui!» gridò. «Lasciamelo fare e basta! Lasciami finire!»
Sam si puntellò con le braccia, ansimando mentre cercava di riprendere fiato. «Daniel, fermati. Ti prego. Pensa a cosa stai facendo.»
L’altro cacciò un ululato furioso, un suono che gli fece pensare a un animale rimasto intrappolato in una tagliola d’acciaio.
«Non è ancora troppo tardi, puoi smettere» Sam gli disse. «Possiamo andarcene via da qui. Possiamo sistemare tutto.»
«Zitto!» urlò Daniel. La voce rimbalzò nella stanza come in una camera dell’eco, come una pallina da ping-pong di parete in parete. «Tu non capisci!»
«Ma voglio capire, Daniel.»
«Non puoi!» Attraverso il buco si vedeva solo metà del suo viso, ma Sam si accorse di nuove lacrime su quelle guance rosse come barbabietole.