Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Un nome esplose dietro agli occhi di Moore, che scrutavano frenetici: Rebecca Finch.
Qualcosa sfiorò il dorso della sua mano, carezzandola. Era freddo e spugnoso, come…
La carne di un morto.
Una mano strinse le sue, mentre un rombo usciva dal buio.
Moore strillò, con la luce della videocamera che lampeggiava incontrollata sulle pareti sporche del seminterrato, mentre lei si allontanava in modo scomposto dal rumore.
«È il generatore!» gridò Wainwright. Il rombo era diventato uno scoppiettio regolare. «È tutto a posto. È solo il generatore.»
Nell’abisso scuro comparvero un globo di luce arancione, poi un altro, e un altro ancora. Lampeggiarono una volta, due, poi con uno schiocco sorprendentemente forte si illuminarono del tutto.
Dal soffitto scendevano tre lampadine nude da sessanta watt, proiettando altrettanti coni di luce splendente nel seminterrato.
Davanti a loro non c’era niente. Nessuna Rachel Finch che allungava le mani verso di loro. Nessuna Rebecca Finch che sogghignava come una pazza sulla sua sedia a rotelle. Solo un seminterrato rimasto a metà, un cubo di nudo cemento ancora più piccolo di quanto Moore avesse immaginato.
Si voltò verso Sebastian. Non aveva più lo sguardo assente, ma fissava quella stanza deserta con occhi pieni di assoluta confusione.
«Ho visto…» Poi guardò Moore, e la confusione svanì. Era tornato. «Moore? Che è successo? Che è stato?»
Lei non sapeva cosa dire.
Wainwright spense la torcia. Non serviva più.
«Torniamo di sopra» disse.
Sedici
22:08
In soggiorno il fuoco si era quasi spento. Una scheggia di legno carbonizzata bruciava senza fiamma tra le braci accese, con un ricciolo di fumo che saliva infilandosi per il camino come uno spirito oscuro che fuggiva in cielo.
Sam fece cadere un altro ciocco sul fuoco, e l’impatto sollevò una piccola nuvola di cenere. Una fiamma singola salì verso l’alto quando la corteccia asciutta prese fuoco. La fiamma poi si allargò, consumando affamata il legno fresco. Non molto tempo dopo, l’intero ciocco era avvolto dalle fiamme. Il camino ruggiva, mentre l’ossigeno alimentava la vampa.
Sam fece un passo indietro, allontanandosi dal fuoco. Il camino rischiarava il soggiorno, ma gettava anche delle ombre, che andavano avanti e indietro, vibrando nel punto più lontano dalle fiamme.
Sono solo ombre, si disse. Nient’altro.
Fece un respiro profondo e cercò di rilassarsi. Kate era al piano di sopra, la macchina fotografica messa via per la notte. Wainwright era andato con lei per augurarle la buona notte. Anche Daniel e Moore si erano ritirati nelle loro stanze. Daniel aveva preso in prestito il telefono di Sam per cercare di richiamare la moglie e la figlia, mentre Moore lavorava al nuovo libro. Aveva comunicato a tutti che non l’avrebbero rivista fino al mattino dopo: «… alla fine di questa presa in giro di uno spettacolo di merda».