Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

«Puoi anche andare, Chad. C’è una guardia proprio lì. Mi sparerà con il Taser, se cerco di scappare con la tua tavoletta.»

Chad non si preoccupò di valutare le proprie opzioni. Con uno sbuffo infastidito, si voltò e si allontanò.

Moore rimase sospesa sopra la tavoletta e assorbì ogni dettaglio dell’incisione della regina sumera. Mentre lo faceva, cominciò a pensare a una specie di magia nera, una che potesse trasformare la forza ispiratrice di questa donna in qualcosa di distruttivo. Qualcosa di inebriante. Qualcosa che dava dipendenza.

Per altri venti minuti, Moore non si mosse. Poi, senza preavviso, girò su un tallone e si allontanò a passo di marcia, fuori dal Centro e nella luce splendente del tardo pomeriggio.

Doveva prendere un aereo.

Sette

Una volta aveva sentito dire che guidare era una forma di ipnosi.

Il fruscio delle ruote sulla strada. Il conforto di sapere che la memoria muscolare ha il completo controllo. La mente comincia a vagabondare, e dieci minuti dopo già non ricordi più cosa hai sorpassato o se prima di cambiare corsia hai azionato la freccia.

Il fuoco.

L’odore di carne bruciata.

Suo fratello accanto a lui mentre il giovane Sam stringeva al petto il braccio ustionato e singhiozzava contro la manica. Basta. Basta, basta, basta.

Sam scosse la testa, per allontanare quei pensieri.

Aveva bisogno di essere lì. In quell’istante.

E restarci.

Ci fu un tonfo improvviso, quanto la ruota anteriore destra prese una buca, e nella circolazione sanguigna di Sam arrivò una scarica di adrenalina. Bene. Era di nuovo sveglio. Con la mente sgombra.

Sul sedile posteriore dell’Audi c’era una borsa da viaggio, riempita a casaccio con gli abiti per due giorni. Una certa Kate, da WrightWire, aveva informato Eli che l’intervista poteva trasformarsi in una giornata passata a fare due chiacchiere passeggiando, una cosa che Kate aveva definito (secondo Eli con l’espressione seria) celebrity vérité.

Quella cosa, per Sam, cominciava ad avere più senso. Il compenso assurdo, la mancanza di dettagli. Era così che lavorava Wainwright. Mantenere il soggetto nell’incertezza. Cambiare spesso le carte in tavola. Strappare una reazione sincera.

Bene. Se un ex habitué dei locali di Dublino voleva passare un giorno in più con uno scrittore horror del Midwest, Sam era pronto a giocare. Che altro doveva fare? Restare seduto da solo, in casa, a non scrivere il suo prossimo romanzo?

Sam uscì a Fourteenth Street e svoltò per Broadway, superò il Kansas City Convention Center, e poi fece una brusca curva a destra per imboccare Tenth Street. Alcuni edifici lungo questa strada stretta erano stati ristrutturati, molti però erano ancora le solite basse strutture di mattoni rossi che fiancheggiavano le vie del centro da decenni.