Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Una casa. Rampicanti che strisciavano su una porta chiusa. I rami di un albero. Nuvole bianche in un cielo azzurro. Una finestra sotto un tetto a due spioventi.

Quanto Wainwright tornò, era più lontano dall’obiettivo, in piedi in un campo di erba alta. I pennacchi in cima agli steli ondeggiavano alla brezza.

«… e adesso spero che vi lascerete guidare da me.»

Con uno schiocco quasi arrabbiato, lo schermo diventò nero.

Uno alla volta, i faretti fecero la stessa cosa, spegnendosi e lasciando che le ombre divorassero le pile di libri; i libri scritti da Sam, da Moore, da Slaughter, da Cole.

I quattro scrittori rimasero al buio, in un silenzio pieno di confusione.

«Sul serio» bisbigliò infine Moore, «che cazzo significa tutto questo?»

«È uno spettacolo» disse Sam. «Il suo spettacolo. È quello che fa.»

Senza preavviso, i faretti si accesero di nuovo, poi si spensero, poi si accesero ancora uno alla volta, lampeggiando in una sequenza apparentemente casuale, sempre più veloci, come se uno spirito adirato avesse preso il controllo della rete elettrica dell’edificio. L’effetto stroboscopico faceva somigliare quella cosa al gioco di luci di un concerto rock.

C’era un ritmo che accompagnava le luci, un pulsare costante e sempre più alto, di tamburi che sembravano girargli attorno in un invisibile vortice acustico finché…

Il colpo di scena li lasciò senza parole.

L’intera sala fu illuminata dall’alto. All’estremità opposta del tavolo c’era Wainwright, in carne e ossa, disinvolto, con le mani in tasca.

Sembrava ancora più giovane in compagnia dei suoi eroi, e tratteneva a stento l’euforia. Vestito con un completo nero sopra una camicia di lino bianco sbottonata fino alla base dello sterno, i capelli domati in un nido selvatico di ricci non lavati, le guance ben rasate, non sembrava avere più di venticinque anni.

«Siete ancora tutti qui» disse. Anche senza l’aiuto di un sistema di altoparlanti, la sua voce profonda riempiva la grande sala. «Allora lasciate che vi parli del nostro prossimo passo nel buio.»

Moore si passò la lingua sul fondo dei denti davanti, fermandosi al minimo accenno di una scheggiatura. «Basta con le stronzate. Che stiamo facendo davvero qui?»

Wainwright sorrise. Si era aspettato che qualcuno facesse proprio quella domanda.

«Chi vuole passare la notte in una casa infestata?»

Otto

Moore aveva raggiunto gli altri, e si era seduta su una delle sedie intorno al tavolo, quando sentì un rumore di passi.

Nella sala era entrata una giovane donna afroamericana. Aveva quasi trent’anni, alta e magra con una canotta bianca, un reggiseno nero e pantaloni cargo mimetici. I suoi capelli erano una distesa bella e rigogliosa di riccioli naturali, e le guance splendevano ai lati di un caldo sorriso. Appesa sul fianco a una lunga tracolla aveva una macchina fotografica digitale di fascia alta. In ciascuna mano aveva due copie di un tascabile.