Back Kill Creek

Kill Creek

Scott Thomas

Copertina

Copertina. «Kill Creek» di Scott Thomas

Il libro

In fondo a una strada sterrata, mezzo dimenticata nel cuore del Kansas, sorge la casa delle sorelle Finch. Per molti anni è rimasta vuota, abbandonata, soffocata dalle erbacce. Adesso la porta sta per essere riaperta.

Ma qualcosa, o qualcuno, aspetta nel profondo delle sue ombre, e non vede l’ora di incontrare i suoi nuovi ospiti…

L’autore

SCOTT THOMAS è nato a Coffeyville, in Kansas. Scrive e produce per la televisione americana. È co-creatore ed executive producer delle serie Best Friends Whenever (Disney Channel) e di Randy Cunningham: 9th Grade Ninja (Disney XD). Ha scritto per Cartoon Network, Nickelodeon e ABC Family. Per MTV ha co-sceneggiato la trilogia horror My Super Psycho Sweet 16 ed è stato nominato a un Daytime Emmy per la sceneggiatura di R.L. Stine’s The Hounting Hour. Vive a Los Angeles, California. Kill Creek è il suo primo romanzo, è stato candidato ai Bram Stoker Awards e diventerà una serie TV per la regia di Scott Derrickson (Doctor Strange, The Exorcism of Emily Rose).

Scott Thomas

Kill Creek

Traduzione di Roberto Serrai

Rizzoli

A Jim, Aubrey e Cleo.

Ai miei genitori.

E al vecchio Parker,

perché i racconti più inverosimili

sono quelli che mettono più paura.

La fama dannosa si alza lieve e molto facilmente, ma è dolorosa a sopportare e difficile da liberarsene; la fama non si spegne mai del tutto, quando molta gente la diffonde intorno, e anch’essa, in certo qual modo, è una divinità.

Esiodo

Solo le case silenziose e addormentate nei boschi potrebbero rivelare i segreti di ciò che è nascosto da secoli… A volte vien fatto di pensare che sarebbe un atto di pietà abbatterle, perché devono fare sogni spaventosi.

H.P. Lovecraft

Prologo

Nessuna casa nasce cattiva. Sono quasi tutte concepite con affetto, perfino con amore. All’inizio, la casa sul Kill Creek non fece eccezione.

Fu edificata con niente di più fantastico di legno e chiodi, pietra e malta. Non fu costruita su un terreno blasfemo. Non ospitava una strega né uno stregone. Nel 1859, un uomo solitario la tirò su con le proprie mani e, ogni tanto, con l’aiuto degli amici del vicino insediamento di Lawrence, Kansas. Per alcuni, buoni anni, le numerose stanze della grande casa furono piene di un amore appassionato, benché condiviso in segreto, come un sussurro tra due cuori.

Come capita a molti luoghi definiti infestati, tuttavia, la casa sul Kill Creek fu scossa da una tragedia. L’uomo che l’aveva costruita fu assassinato, a pochi metri dalla donna che amava. Le sue braccia tese cercarono di coprire la distanza che li separava, tanto esigua da risultare beffarda, per toccare la pelle scura di lei, per carezzarle i capelli; nella sua mente si ripeteva che se solo avesse potuto abbracciarla sarebbe bastato a salvarli entrambi, che se solo riusciva a desiderarlo con abbastanza forza potevano restare insieme.

Non si salvarono. Il corpo dell’amata fu allontanato dal suo e impiccato all’unico albero del giardino, un faggio dal tronco nodoso. La donna era già morta, eppure l’appesero a un ramo come ultimo insulto. I corpi si raffreddarono quanto permetteva l’umida notte d’agosto, e il silenzio della casa e del terreno si allungò sopra di loro come un sudario. Per varie settimane nessuno li avrebbe turbati, scordandosi di loro mentre la città di Lawrence sopportava la propria tragedia. Al calare del crepuscolo, l’orizzonte a sudovest si accese del bagliore arancione delle fiamme. Lawrence bruciava.

Una casa macchiata dal sangue versato non può sfuggire alla dura sentenza delle chiacchiere della gente. I cittadini, percorrendo la tranquilla strada sterrata per Kansas City, cominciarono a parlare della casa come se fosse viva. Come soffrivano per quel povero luogo triste, reso orfano come era successo a tanti bambini nei sanguinosi scontri di confine che avevano preceduto la guerra civile. Era impossibile dire cosa succedeva in quella casa vuota nelle lunghe e buie notti d’inverno, quando il vento attraversava di taglio il bosco sterile per scuotere le sue finestre. In quel posto c’era qualcosa, semplicemente, che spingeva i viaggiatori ad allungare il passo, percorrendo Kill Creek Road.

Per le sue dimensioni e l’architettura grandiosa, la casa non rimase vuota per sempre. Qualcuno cercò di farne la propria dimora. Nessuno, tuttavia, si sentì mai il benvenuto in quella casa, e quasi tutti traslocarono entro un anno. Non riuscivano a spiegare perché si sentissero costretti ad abbandonarla. Era come se le pareti rifiutassero di assorbire il loro calore. Anche in piena estate, quando qualcuno varcava la soglia la temperatura scendeva di dieci gradi buoni.

Era diventato un luogo malvagio. Qualcosa di cui avere paura.

Alla fine degli anni Venti nel Kansas fu aperta la Highway 10, che collegava Kansas City a Lawrence. Negli anni Settanta quella modesta strada asfaltata era ormai diventata un’autostrada a quattro corsie. Per chi ci sfrecciava sopra a novanta chilometri all’ora era facile non accorgersi dell’uscita per Kill Creek Road, come del cartello che indicava il torrente. Mentre la vita correva avanti e da semplice diventava sempre più frenetica, la casa sul Kill Creek si ridusse a un’altra delle tante fattorie abbandonate, in attesa che la prateria si riprendesse il terreno. Perfino il torrente, che una volta attingeva con avidità al fiume Kansas, cominciò ad asciugarsi, e il sole a cuocerne il letto finché non fu tutto una crepa, come un pezzo di cuoio vecchio.

I vicini più prossimi ancora si scambiavano storie sulle cose terribili a cui con il tempo avevano assistito – luci che passavano dietro le finestre, colpi alle porte, sussurri nel buio – ma la casa e il suo passato macchiato di sangue erano ormai solo una favola oscura che i genitori raccontavano ai figli mentre gli rimboccavano le coperte. Quasi nessuno credeva a quelle storie; si raccontavano semplicemente per tenere i bambini al sicuro, per metterli in guardia dal pericolo di esplorare quella struttura fatiscente. A quel tempo, esaurita la passione che l’aveva costruita, la casa doveva certo sentirsi sola, schiacciata contro il terreno come la nebbia del mattino.

Nel 1975 le sorelle Finch, Rachel e Rebecca, comprarono la tenuta dalla contea, che ne era in possesso da quando l’ultimo occupante l’aveva abbandonata nella primavera del 1961. Le sorelle Finch non si preoccupavano dell’oscuro passato della casa. Erano due gemelle identiche di sessantotto anni, e ne avevano viste e sopportate di molto peggiori di qualche misterioso rumore notturno, specialmente Rebecca, confinata su una sedia a rotelle, vittima di un tragico incidente del quale nessuna delle due donne parlava.

Quando le sorelle Finch assunsero manodopera locale per aiutarle a riportare la casa allo splendore di un tempo, molti accolsero con favore il loro arrivo, pensando che avrebbero finalmente garantito alla casa la cura e le attenzioni che avrebbe voluto dedicarle il suo primo proprietario. Il “Lawrence Journal-World” e il “Kansas City Star” pubblicarono entrambi articoli sull’arrivo delle sorelle Finch. Kill Creek Mansion di Nuovo Abitata, annunciava uno dei quotidiani. Sorelle Gemelle Resuscitano la “Casa Stregata”, proclamava l’altro.

Le sorelle Finch non si dimostrarono all’altezza di simili aspettative. Erano, come la gente del posto prese l’abitudine di chiamarle, due “tipe strambe”. Parlavano di rado con i carpentieri che lavoravano alla casa e, dopo aver traslocato, non mettevano quasi mai piede all’esterno. Se una di loro si poteva considerare amichevole, questa era Rachel, con i suoi capelli neri lunghi e fluenti, che pagava sempre gli operai prontamente e con onestà. Rebecca invece, con i capelli raccolti in uno chignon così stretto che doveva farle male, non si vedeva quasi mai, e preferiva restare dietro alla porta chiusa dell’unica stanza all’ultimo piano. Una delle prime aggiunte fu un ascensore, che permetteva a Rebecca e alla sua sedia a rotelle di girare liberamente per tutta la grande casa. Non ne approfittava mai a lungo, e tornava sempre in quell’unica stanza, con una sola finestra larga sessanta centimetri da cui poter vedere il mondo al di fuori.

Una volta, un idraulico che ispezionava le tubature domandò a Rachel perché la sorella non scendeva più spesso. «Deve sentirsi terribilmente sola, lassù» disse. Senza alcuna esitazione, Rachel si rivolse all’uomo, con quanto di più vicino a un sorriso fosse capace di offrire, e rispose: «Ha tutta la compagnia che le serve».

Due anni dopo, Rebecca Finch era morta. Secondo il medico legale, il suo cuore aveva semplicemente cessato di funzionare. Rachel continuò ad abitare nella casa sul Kill Creek, rifiutandosi di ricevere visite, anche da chi veniva a esprimere le proprie condoglianze per la morte della sorella. Per quasi cinque anni nessuno, oltre a Rachel Finch, percorse i corridoi di quella casa. Nessun essere vivente, almeno.

Fu dunque una sorpresa quando, nel 1982, Rachel concesse un’intervista al famoso parapsicologo e scrittore, il dottor Malcolm Adudel. Anche se la comunità scientifica lo considerava perlopiù un ciarlatano, i libri del dottor Adudel dedicati alle sue avventure nel paranormale venivano divorati da un pubblico che provava un disperato desiderio di credergli.

Solo Rachel Finch e il dottor Adudel assistettero a ciò che successe durante la visita alla casa, un fine settimana. Il libro che ne risultò, Prateria di fantasmi. Una storia vera di orrore soprannaturale, portò la casa sul Kill Creek all’attenzione di tutto il Paese. Mentre critici e scettici archiviarono il libro come pura invenzione, i lettori entusiasti mantennero Prateria di fantasmi nella classifica dei bestseller per trentasei incredibili settimane. La trama tessuta dal dottor Adudel era assai parca nei dettagli e si dilungava troppo nelle atmosfere, ma chi avesse cercato una prova dell’esistenza dei fantasmi non avrebbe avuto bisogno di altro. La casa sul Kill Creek fu incoronata ufficialmente come porta per arrivare dall’altra parte. Era una casa da incubi. Ancora più importante, tutti la conoscevano di nuovo per nome.

Rachel Finch morì nel 1998. Aveva novantun anni. Proprio come era successo all’uomo che aveva costruito la sua adorata dimora, il corpo di Rachel fu scoperto solo qualche settimana dopo la sua morte. Alcuni adolescenti dei sobborghi di Kansas City, per una prova di coraggio, avevano attraversato il ponte eroso dalle intemperie che scavalcava quel burrone asciutto e pieno di polvere che una volta era stato il Kill Creek. Arrivarono a meno di dieci metri dalla veranda, prima di arrestarsi di colpo. Là, a dondolare piano tra i rami del faggio, appesa proprio alla stessa fronda che una volta aveva sostenuto il peso morto dell’amore proibito del primo proprietario della casa, c’era Rachel Finch. Un nodo da dilettante scavava nella carne tesa e in decomposizione sotto il mento. I sottili capelli neri ondeggiavano lenti alla brezza e poi tornavano a posarsi sulle sue spalle. Mentre i ragazzi cercavano di dare un senso a quello spettacolo, la corda scricchiolò e il corpo di Rachel ruotò verso di loro. Uno scarafaggio si arrampicò, felice, in una delle orbite vuote che avevano ospitato i suoi occhi grigi.

In molti si interrogarono su cosa avesse spinto la vecchia a impiccarsi. Secondo alcuni era bastata la solitudine; la perdita della sorella era diventata un peso insostenibile. Altri lasciarono intendere che era stata la casa, che la casa l’aveva spinta a farlo, anche se nessuno sapeva dire esattamente perché. Poi ci furono quei pochi, quelli che traevano macabra gioia dalle storie tragiche, che sussurrarono a voce bassa e convinta che Rachel non si era affatto uccisa. Era stata trascinata fuori di casa e appesa a quel ramo contro la sua volontà. Qualcuno, o qualcosa, era responsabile della sua morte. Era un promemoria di come fosse meglio lasciare in pace quella casa.

Dopo la morte di Rachel, tutti gli averi delle sorelle Finch restarono nella casa, come previsto dal testamento di Rachel, compresi, era lecito supporre, i mobili della camera all’ultimo piano. Nessuno sapeva con certezza cosa contenesse quella stanza. La porta era stata sigillata, e adesso le scale finivano contro un muro di mattoni, come se l’ultimo piano non fosse mai esistito.

Ancora una volta si sparse la voce che la casa sul Kill Creek era infestata da qualcosa di molto, molto cattivo. La morte di Rachel Finch era solo un altro capitolo del suo cupo retaggio. Alla fine, la casa e il terreno tornarono di proprietà della contea di Douglas. Malgrado fossero di nuovo sul mercato, tuttavia, nessuno osava traslocare in quell’edificio famigerato. Attirava ancora la sua parte di curiosi, una fonte continua di problemi per l’ufficio dello sceriffo, che pattugliava regolarmente la zona. Nel 2008, intorno alla proprietà fu eretta una recinzione per tenere lontano i curiosi. I proprietari dell’impresa locale che concesse a titolo gratuito il tempo e i materiali per quel lavoro dissero semplicemente che dormivano più tranquilli, sapendo di aver contribuito a scoraggiare ulteriori tentativi di avvicinarsi a quella casa. In cima alla rete metallica, per buona misura, misero anche una serpentina di filo spinato.

Intorno alla casa si fece ancora una volta silenzio, e il terreno fu invaso da erbacce alte fino al ginocchio ed edera rampicante.

La casa sul Kill Creek è ancora in piedi. Vuota. Silenziosa. Ma non dimenticata. Non del tutto. Le chiacchiere della gente sono la sua vita, le storie il suo respiro.

Parte prima

Un invito

Ottobre scorso

Feci un altro passo verso l’abisso. «Cosa c’è quaggiù?» domandai a voce alta. Avvertivo la sua presenza, in cima alle scale.

«Non si preoccupi» rispose Rachel. «È ancora più impaurita di lei.»

La sentii ridacchiare, una risata che le si fermò in gola, senza arrivare davvero alle labbra.

Come sempre, avrei dovuto vedere con i miei occhi.

Dottor Malcolm Adudel, Prateria di fantasmi

Uno

Venerdì 7 ottobre

L’aria era in fiamme.

Incastonata nel muro di pietra c’era un’altissima finestra in stile gotico, con i riquadri smussati del telaio stretto ed enorme che splendevano al sole del pomeriggio. Granelli di polvere vorticavano nel fascio di luce che irrompeva attraverso il vetro.

Proprio al di là di quella luce, nell’ombra, alcune sagome si muovevano irrequiete.

Volti.

Fissi. Silenziosi. Affamati.

I loro occhi erano puntati verso un uomo sulla quarantina, con i capelli castani tagliati cortissimi. Era un bell’uomo, alto poco più di un metro e ottanta, con dei vecchi Levi’s neri e un serafino che metteva in risalto una corporatura esile e leggermente muscolosa. Le maniche lunghe della maglia erano arrotolate fino ai gomiti, svelando una serie di tatuaggi che coprivano tutto l’avambraccio sinistro. La pelle nascosta dall’inchiostro aveva una consistenza strana, butterata, perché l’intero braccio e il dorso della mano sinistra erano avvolti da tessuto cicatriziale. Linee scure seguivano percorsi sinuosi e apparentemente casuali sulla pelle, finché in quello schema astratto non si distinguevano delle immagini. Alberi. Un fiore di campo. L’orbita vuota di un teschio. E fiamme, tante fiamme, che divoravano tutto.

L’uomo guardava i trecento studenti seduti uno sopra l’altro sulle gradinate dell’Hoch Auditorium, alla Budig Hall. Ovunque si voltasse incrociava lo sguardo rapito di qualcuno. Tecnicamente erano lì per frequentare un corso del primo anno, “Introduzione all’horror nella cultura popolare”. Lui sapeva bene, tuttavia, perché l’aula era piena in ogni ordine di posti. Non era solo un abitante di Lawrence, laureato alla University of Kansas, ma uno scrittore di bestseller, un “esperto” di letteratura horror.

Sam sentì i capelli rasati contro il palmo, mentre si passava la mano sulla testa.

Non fare cazzate; per loro sei un vero maestro del macabro.

Percorse tutto il pavimento dell’aula, sentendosi addosso ogni paio d’occhi che lo seguiva come una preda.

«Che cosa non sappiamo?» esordì, ed era una domanda retorica, con la sua voce che echeggiava dagli angoli più alti e più bui di quell’aula cavernosa. «Che cosa viene nascosto – nascosto di proposito – ai nostri occhi? La tradizione gotica si fonda tutta sui segreti, segreti oscuri, segreti terribili, nascosti subito dietro a una facciata di normalità. L’horror moderno è ancora pesantemente influenzato da questa tradizione, ma non sono più vecchi castelli da brivido a custodire questi segreti. Il gotico ha invaso la nostra vita quotidiana. La vecchia fattoria di Non aprite quella porta. La casa giapponese nei sobborghi di The Grudge. Perfino una videocassetta, in The Ring. Il male contagioso che nella letteratura del diciottesimo e diciannovesimo secolo era confinato di solito in qualche edificio in rovina, come nel Monaco di Lewis, nei Misteri di Udolpho di Radcliffe, e in Melmoth l’errante di Maturin, si è diffuso nelle nostre città, grandi e piccole, nelle nostre case. E questo lo rende ancora più pauroso, no?»

Ci fu un mormorio di assenso, con qualche testa che annuiva, nella massa piena di occhi che aveva davanti a sé.

Sam cominciò a passeggiare più in fretta, con l’aumentare del proprio entusiasmo per l’argomento. «Cosa rende, dunque, certe storie “gotiche” in maniera quasi congenita? Nightmare, il cui titolo per esteso è Nightmare on Elm Street, ruota intorno al segreto che i genitori di Elm Street nascondono ai propri figli, cioè che tempo prima si erano fatti giustizia da soli e avevano ucciso Freddy Krueger. Saw ci costringe a cercare di indovinare la vera identità e il movente di Jigsaw. Allora perché non li sentiamo radicati nella tradizione gotica come altri film horror?»

Gli studenti si guardarono l’un l’altro, a disagio, perché nessuno voleva essere il primo a dare una risposta sbagliata.

«Okay» disse alla fine Sam. «Credo che i motivi siano diversi, e tutti importanti.»

Quando Sam lo stappò, l’odore chimico di un pennarello cancellabile si diffuse nell’aria. Si voltò verso un’enorme lavagna montata sulla parete alle sue spalle e rapidamente scrisse la prima voce dell’elenco.

«Uno: origine da una località precisa» disse a voce alta mentre scriveva.

Si voltò per chinarsi su un pesante leggio di legno, mentre si rivolgeva direttamente all’aula. «Sì, il titolo ci dice che l’incubo riguarda Elm Street, ma nel film non abbiamo mai la percezione che il male abbia origine proprio in quel posto. La sceneggiatura fa molto poco per darci il senso della topografia di Elm Street, della vicinanza reciproca dei bambini presi di mira, e non sappiamo nemmeno se i terribili atti di Freddy, passati o presenti, siano strettamente confinati a quel quartiere di Springwood. Alla fine, l’antisettica sicurezza di “Elm Street” si limita a contrapporsi bene, nel titolo, alla devastante minaccia di “Nightmare”.

«Non aprite quella porta, d’altra parte, si concentra perlopiù su una vecchia casa nella campagna texana. Se i ragazzini, fatalmente troppo curiosi, non si fossero mai avvicinati alla casa di “Faccia di cuoio”, sarebbero rimasti tutti di un pezzo. Il male è dietro quella porta. Non apritela, e non avrete niente di cui preoccuparvi.»

Il pennarello cancellabile squittì come uno scoiattolo mentre sfrecciava di nuovo sulla lavagna.

«Due: senso di una storia proibita. L’ubicazione deve essere associata a una vicenda oscura, che sia la relazione illecita tra Quint e l’ex governante nel Giro di vite o il sogno erotico dello sviluppo suburbano in Poltergeist, un quartiere che guarda caso è stato edificato sopra ai cadaveri di un vecchio cimitero. Anche in questi esempi, saldamente radicati nel soprannaturale, la storia proibita viene tenuta nascosta di proposito ai nostri protagonisti.

«Tre: atmosfera di decadenza e rovina. Questa potrebbe riferirsi alla decadenza fisica della letteratura greca classica; i già citati castelli in rovina e i manieri ombrosi che continuano a farsi vedere in film come The Others, The Woman in Black o Crimson Peak. Potrebbe però essere anche una degenerazione mentale, come accade al protagonista dell’Inquilino del terzo piano di Roman Polanski, che trasloca in un appartamento dall’apparenza innocua e alla fine perde la ragione. Più spesso è una combinazione delle due cose: la rovina e la decadenza della struttura fisica conduce alla rovina e alla decadenza della mente del protagonista. Lo vediamo succedere di continuo in libri come L’incubo di Hill House e film come Session 9, dove la pulizia di un istituto psichiatrico abbandonato coincide con la degenerazione mentale del responsabile dell’impresa, che diventa un assassino. E infine…»

Sam scrisse l’ultima voce sulla lavagna.

«Quattro: corruzione degli innocenti. Siete voi, ragazzi.»

Questo suscitò una risata.

Rimise il tappo al pennarello, lo poggiò sulla cornice lungo il bordo inferiore della lavagna e tornò al leggio.

«Questo è forse l’elemento più importante di qualunque racconto gotico. Senza, cosa avreste? Una vecchia topaia schifosa con un passato oscuro che nessuno ricorda e nemmeno gliene importa. Avete bisogno di quella persona che si assicura che il male continui a vivere.»

Da una mensola dentro al leggio, Sam prese un vecchio tascabile. Tenne in alto il libro, perché l’intera aula potesse vederne l’elegante copertina disegnata a mano e i caratteri in stile classico del titolo e del nome dell’autore.

«E l’ultimo spenga la luce di Sebastian Cole. Ormai dovreste averne tutti una copia.»

La maggioranza degli studenti annuì, e alcuni mostrarono il libro, come prova che avevano fatto ciò che Sam aveva chiesto.

«Probabilmente vi starete domandando perché vi ho fatto comprare tutto il libro, visto che discuteremo di uno solo dei racconti che si trovano al suo interno. Be’, l’ho fatto perché Sebastian Cole è uno dei più grandi scrittori horror di sempre. E voglio che ciascuno di voi possieda almeno uno dei suoi libri. Qualcuno ha già letto qualcosa di Sebastian Cole?»

Diverse mani scattarono in aria, anche se purtroppo non quante Sam si era aspettato. Dalla fila centrale, un ragazzo con il viso pieno di brufoli esclamò: «Un’ombra troppo lunga».

Sam annuì con entusiasmo. «Probabilmente il libro migliore di Cole, anche se scegliere un solo libro in una produzione così vasta, almeno per me, è incredibilmente difficile. Adesso, il racconto che avevo chiesto di leggere per oggi è…»

All’improvviso si alzò una mano. Apparteneva a un giovane di origini mediorientali. Anche da seduto, era una persona incredibilmente alta, con le gambe lunghe piegate in maniera scomoda e le ginocchia premute contro la sedia che aveva davanti. La sua mano sembrava voler toccare il soffitto.

«Si?» domandò Sam.

«E i suoi, di libri?» ribatté il giovane. «Tutto questo, come ci si applica?»

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