Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sam mise una mano a coppa sopra l’orecchio scoperto, e premette l’altro contro la parete, più forte. Non servì a niente. Non riusciva a distinguere cosa stesse dicendo Sebastian. Rimase in quella posizione per un bel po’, ignaro del tempo che passava.
Alla fine smise, e strisciò di nuovo a letto, con l’intenzione di parlarne con Sebastian la mattina dopo.
Il sonno però non voleva venire. Sam rimase a guardare il soffitto scrostato, percorrendone le crepe come un esploratore che segue un fiume, lungo ciascun tributario, fino all’inevitabile foce.
Quando alla fine si addormentò, sentiva ancora il mormorio della voce di Sebastian.
Stavolta non sognò.
Diciotto
09:15
I bagagli erano pronti e disposti con ordine vicino alla porta. La luce del sole entrava dalle finestre di fianco all’ingresso. Granelli di polvere turbinavano nella luce.
Sam si era svegliato alle otto. Non aveva ricordi concreti della notte passata in quella camera, e credette di aver dormito profondamente per gran parte del tempo. Seguì, tuttavia, il suo rituale mattutino come in una nebbia, lavandosi i denti, pettinandosi, infilandosi gli abiti puliti e raggrinziti presi dalla borsa. Si muoveva un po’ più lento del solito, il corpo appesantito da qualche fardello sconosciuto.
Brutti sogni, si disse. Nient’altro.
Raggiunse gli altri in soggiorno.
Uno alla volta, Wainwright li prese in disparte per un’ultima intervista. Era l’occasione per fare pubblicità ai loro ultimi progetti. Era il vero motivo per cui avevano accettato di passare la notte a Kill Creek. Il loro lavoro. Non ne avevano più voglia, però.
Poi fu tutto finito. Le telecamere tornarono nella valigia di Kate. I computer erano già caricati nel bagagliaio del pulmino.
È finita, pensò Sam.
Nell’atrio, i quattro scrittori rimasero in silenzio mentre Kate li riprendeva da qualche metro. Sam guardò Moore, che aveva gli occhi protetti dalle lenti da sole. Aggrottò la fronte, mentre la sua mente cercava di recuperare un’immagine confusa.
Moore, con indosso una trapunta.
Poi, però, l’immagine svanì. Non riusciva a ricordare altro che la sensazione di viticci sottili stretti intorno al collo.
Wainwright fu l’ultimo a unirsi a loro, dopo essersi assicurato che nelle camere non fossero rimasti oggetti di valore.
«Bene» disse, mentre scendeva le scale, «a quanto pare siamo pronti per partire.»
«Tutto qui?» domandò Daniel. Nella sua voce c’era un accenno di tristezza, come se quel posto potesse mancargli.
«Tutto qui» rispose Wainwright.
Sam agguantò la borsa. Wainwright mise in spalla la propria e prese le due valigie di Kate, una per mano. Le fece un piccolo cenno per farle sapere che aveva tutto sotto controllo.
«Direi che è stato un piacere» disse Moore a Wainwright. «Ma sinceramente è stata una totale perdita di tempo.»
«Quando le chiacchiere sui vostri progetti futuri si moltiplicheranno per quattro, vedremo se qualcuno di voi lo rimpiangerà ancora.»
Moore brontolò qualcosa a bassa voce, ma sembrò soddisfatta di quella previsione.