Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Era già a metà del vialetto, verso la porta, quando vide un piccolo rettangolo chiaro che sembrava sospeso a mezz’aria davanti all’ingresso.
Quando si avvicinò, si rese conto che non era davvero sospeso, ma attaccato con il nastro adesivo alla pesante porta di quercia, con il bagliore di un vicino lampione che rimbalzando sulla superficie della busta color crema aveva creato quell’illusione ottica.
Sul davanti della busta, in corsivo e in una calligrafia elegante, era scritta una sola parola:
INVITO.
Moore allungò una mano per strappare la busta dalla porta, e all’improvviso si fermò, bloccata sul posto.
Non c’era nessun francobollo. Nessun indirizzo del mittente. Era stata consegnata a mano.
Non aprirla, l’avvertì la sua mente.
Ma era un pensiero irrazionale. Non c’era motivo di temere il contenuto di quella busta, eppure la sua mente valutò ogni possibilità: la lettera d’amore di uno stalker; la lettera piena d’odio di un genitore arrabbiato che la incolpava delle ferite che si era inflitto uno dei figli; i convenevoli di un vicino che a lei non importava conoscere.
Poi c’era la prospettiva più inquietante di tutte, ovvero che non fosse nessuna di queste cose, che fosse qualcosa di completamente inaspettato.
Le parole tornarono, stavolta più forti.
Non aprirla.
T.C. Moore restò ferma davanti alla porta, con la brezza di ottobre che passava invisibili dita nella sua selvaggia criniera di capelli neri.
Tre
Martedì 11 ottobre
Era la casa.
Qualcosa ci stava entrando. Lo circondava. Lo soffocava.
Il silenzio.
Un silenzio tale che rendeva difficile respirare.
Fuori dalla grande finestra panoramica dello studio al piano superiore, le forme scure e frastagliate delle cime spoglie degli alberi ondeggiavano contro il cielo notturno illuminato da un invisibile lampione. I rami spuntavano dal buio come mucchi di ossa deformi, che si aggrappavano disperatamente alle fragili foglie autunnali. Il vento sferzava la grande finestra, arrabbiato e invisibile, per poi passare oltre, in un turbine, e passando fischiava piano, uno strano motivo in tono minore. Poi non rimase più niente. La casa tornò silenziosa.
Sam era seduto alla pesante scrivania di legno con la vernice bianca che si scrostava e i fantasmi degli anelli scuri lasciati dalle tazze di caffè. Fissava il monitor, con il cursore sulla pagina bianca che sembrava farsi beffe di lui. Blink, blink, blink, faceva il cursore, un ritmo a cui una volta le sue dita avevano ballato. Ora non più. Adesso le teneva chiuse in grembo, riluttanti. Ordinò loro di riprendere vita, di saltare sui tasti e fare la loro migliore imitazione di Fred Astaire. Non gli obbedirono.
Aveva iniziato quel nuovo romanzo almeno cento volte. Non ricordava più quanti incipit aveva scartato. Erano tutte righe singole su altrettanti documenti di una sola pagina, salvati sull’hard disk in una cartella opportunamente etichettata come “Merda”.
“Il piccolo Keller Reed si svegliò nel cuore della notte, il fiato come una nuvoletta congelata nel buio, e capì che l’uomo era uscito di nuovo dall’armadio.”