Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Rotolò fino al bordo del materasso, appoggiandosi con una mano mentre con l’altra cercava di accendere la lampada. Tutto il suo essere gli gridava di fermarsi, di non guardare ciò che lo aspettava nel buio, di non accendere la luce su una cosa che non avrebbe mai dimenticato.
È tutto nella tua testa. È tutto nella tua testa.
Non è REALE.
Quell’onda nera come la notte indietreggiò ancora una volta, e lo fissò, con il corpo rannicchiato sul pavimento, la testa piegata, le guance incavate premute contro il lato del materasso, i denti stretti in un sogghigno quasi senza labbra.
Accese la lampada. In un attimo, la lampadina da 60 Watt ricacciò indietro il buio, e una sfera luminosa riscaldò la stanza.
La creatura però non svanì con la luce. Il volto continuò a sbirciare verso l’alto, incenerito, irriconoscibile. Il retro del cranio era sfondato. Alzò un dito carbonizzato.
«Sei stato tu! Tu mi hai fatto questo! SEI STATO TU!»
Sam strinse forte le palpebre.
«No! Basta!»
«TU MI HAI FATTO QUESTO!»
«Basta basta basta basta BASTA! NON SEI REALE!»
Sam aprì gli occhi.
Nella stanza non c’era niente.
Gli uscì di bocca un sospiro tremante, e ricadde sul cuscino, scosso.
Verso le due del mattino finalmente si addormentò. Al sorgere del sole, poco dopo le sei, la lampada sul comodino era ancora accesa, splendente.
Venti
Mercoledì 19 aprile
Moore si fermò in fondo alle scale e fece un respiro profondo.
Rimettiti in sesto, si disse. Dobbiamo farcela.
Le sue scarpe ticchettavano piano sul pavimento in cemento vetrificato, mentre passava sotto a un imponente arco ed entrava in cucina. Come tutto il resto della casa, anche quella stanza era fredda ed elegante, tutta pietra e metallo.
Aprì un armadietto, passò rapidamente in rassegna le etichette di numerose bottiglie di liquore di ottima qualità e scelse un Balvenie invecchiato trent’anni.
Un drink per togliere le ragnatele, e poi a questa cosa gli devi spaccare il culo.
Proprio mentre la sua mano stringeva il collo della bottiglia, dall’altra stanza arrivò un sussurro.
«Theresa.»
Moore si voltò di scatto.
Sotto l’arco non c’era nessuno. Al di là, un singolo raggio di luce tagliava la stanza buia.
Per un attimo rimase perfettamente immobile, in ascolto.
Non sentì niente, a parte il ronzio attutito di un elicottero della polizia che sorvolava la città, nel fondovalle.
Lentamente si avvicinò all’arco.
Respira. Sento qualcuno che respira.
C’è qualcuno.
Tu lo sai chi è, insistette una voce nella sua mente.
La paura la fece rabbrividire come una raffica di gelido vento invernale, e quella sensazione la mandò su tutte le furie. Facendo leva su una spalla dell’arco, si lanciò nella stanza.
Il raggio di luce solare l’accecò. Fece una smorfia, batté le palpebre e alzò una mano per riparare gli occhi. Indietreggiò in fretta, per entrare nell’ombra ai lati della stanza.
È qui. Nel buio.