Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sam McGarver era seduto davanti al computer, e sentiva quella storia che gli usciva dai polpastrelli. Non stava scrivendo per i suoi fan. Non scriveva per il suo editore o per il suo agente e nemmeno per Erin. Non scriveva per il suo passato o per Kill Creek.
Scriveva per sé.
Epilogo
«Tutto bene? Ha bisogno di qualcosa? Acqua? Caffè?»
Sam scosse la testa. «Sono a posto, grazie.»
L’assistente di produzione gli rivolse un sorriso piacevole e scomparve in un lampo dietro la porta a vetri, nella cabina di regia.
L’uomo dalla parte opposta del tavolo rispetto a Sam, calvo e dai lineamenti gentili, con una barba grigia ben curata, accennò a un paio di grosse cuffie appese a un sostegno vicino.
«Le provi. Aiuta, poter ascoltare la propria voce.»
Sam obbedì, mettendosi le cuffie sulle orecchie. Subito, tutti i rumori della stanza furono cancellati, e gli sembrò di essere sospeso in uno spazio infinito.
È il suono del vuoto.
«Può sentirmi?» L’uomo adesso arrivava direttamente nelle sue orecchie.
«Sì» rispose Sam, parlando in un microfono montato su un braccio di metallo davanti a lui. Sentì la bocca che si muoveva, sentì il fiato che spingeva le sue parole al di là delle labbra, perché fossero subito convogliate nel vuoto delle cuffie. Troppo nitide. Troppo perfette. Come se le cuffie trasmettessero i suoi pensieri. Era una sensazione per certi versi inquietante.
L’uomo aggiustò il microfono e guardò l’orologio.
«Be’, immagino che se non si presenta saremo soltanto io e lei.»
«Arriverà» disse Sam. Non aveva alcuna informazione a sostegno di quella ipotesi, eppure sapeva che era vero.
Massaggiò la carne cicatrizzata del braccio sinistro. Non vedeva l’ora di finire. Sapeva che gli avrebbero rivolto delle domande su quello che era successo la primavera scorsa, ma non era per questo che si trovava lì. Il libro poggiato sul tavolo, tra di loro, era l’unico motivo per cui Sam aveva accettato quell’intervista.
Sul dorso, in un set di caratteri che probabilmente aveva richiesto a una stanza piena di dirigenti fin troppo tempo per essere approvato, c’era il titolo, Un’ombra troppo lunga, seguito in caratteri più piccoli dalla dicitura: Edizione speciale per il 40º anniversario.
Erano in quello studio per parlare di Sebastian Cole. Per rendergli omaggio. Per ricordarlo.
«L’ha più rivista?»
Quella voce troppo presente nelle sue orecchie lo fece sussultare. Guardò dall’altra parte del tavolo il suo intervistatore, che adesso si puliva gli occhiali con un fazzoletto.
«Mi scusi?»
«T.C. Moore. L’ha più rivista dopo…» e non finì la frase.
«No» rispose Sam. «Da quando siamo usciti dall’ospedale non abbiamo più nemmeno parlato.»
«Ah» disse l’uomo, come se fosse già annoiato dalla sua stessa domanda.
Si sentì uno schiocco, e una terza voce, quella dell’invisibile tecnico del suono, li informò: «Un minuto e andiamo in diretta».