Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Daniel spalancò la porta con una spinta ed entrò trascinando i piedi.
Mentre se la chiudeva alle spalle, gli sembrò di sentire uno squittio di ruote, leggero e continuo, che si ritiravano verso l’estremità opposta del corridoio.
Diciassette
01:00
C’era silenzio dappertutto. Perfino il vento autunnale sapeva di dover abbassare la voce, mentre scuoteva dolcemente le cime spoglie degli alberi. La luna diafana ed enorme gettava un pallore spettrale sulle volute delle nubi che transitavano sotto di lei. Quelle forme fantasma si increspavano dal nulla, solo per tornare a dissiparsi nell’etere qualche attimo dopo.
Le creature notturne della foresta seguivano la loro routine del primo mattino. Un procione arrancava lungo il burrone che una volta era stato il Kill Creek, con il solo ricordo ancestrale di quando si lavava le zampe nelle fresche acque del torrente ormai asciutto. Una madre opossum camminava dondolandosi per il bosco con i suoi piccoli aggrappati stretti all’ispida pelliccia grigia. Un gufo aprì le sue grandi ali, sfruttando una folata di vento per scendere in picchiata su un ignaro topo di campagna, con gli artigli che afferravano la preda che strillava per la paura, e il buio li inghiottì entrambi in un attimo, come se nessuno dei due fosse mai esistito.
Nessuno, tuttavia, osava attraversare il confine segnato dal Kill Creek. Il gufo lasciò che la brezza lo portasse in tutta sicurezza fino a cinquecento metri più a ovest, prima di posarsi su un ramo a fare colazione. La femmina di opossum spostò il suo corpo grasso verso il tronco vuoto di un olmo, sul lato più lontano del terreno intorno alla casa. Il procione, percependo il movimento delle radici sotto le zampe, i corpi lignei che si contorcevano come un letto di serpenti, corse a precipizio lontano dal torrente e su per una grossa quercia. Guardando indietro verso la massiccia sagoma della casa buia, l’animale accelerò ulteriormente con un gemito confuso.
I grilli suonarono le ultime battute del loro canto notturno. Il letto asciutto del Kill Creek, tuttavia, girava intorno alla casa come un fossato, e dentro questa fortezza, questa roccaforte del silenzio, niente si muoveva. Solo l’erba alta faceva rumore, ondeggiando anche se non c’era brezza, le punte secche e coperte di peluria degli steli che frusciavano come una vipera pronta ad attaccare.
Nella casa, solo gli orologi rompevano quell’assoluto silenzio. La loro marcia procedeva senza ostacoli, con le lancette che avanzavano secondo dovere, portando tutto ciò che avevano intorno avanti nel tempo. Era come se anche la casa si fosse assopita, e conservasse le forze per un compito più grande, da svolgersi chissà quando nel futuro.
Ovviamente non era del tutto vero. La casa sonnecchiava, ma non aveva completamente dimenticato quella volgare accozzaglia di intrusi. Così, quando le lancette segnarono otto minuti dopo l’una, la casa si svegliò, con l’improvvisa e netta consapevolezza che fosse arrivato il momento.
Aveva aspettato a sufficienza.
Era tempo di giocare.