Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Io non sono ancora convinta che non lo siamo» azzardò Moore, voltandosi dalla finestra per guardarlo. «Forse siamo impazziti tutti e due, e Daniel Slaughter è soltanto uno di quelli che non controllano la casella vocale. C’è solo un modo per scoprirlo.»
«Andare da lui.» Sam sospirò.
Da qualche parte, nel cielo sopra di loro, a migliaia di chilometri sopra le loro teste, un jet li sorvolò gridando.
Ventidue
Venerdì 21 aprile
Le prime luci dell’alba cominciarono a filtrare dalle veneziane storte, ma Kate non aveva chiuso occhio tutta la notte. Fissò quella luce sfocata e arancione con gli occhi iniettati di sangue, con l’ombra delle veneziane che le attraversava il viso come le nere sbarre di una prigione. Di norma – vale a dire quando era stata padrona della sua vita – sarebbe stata furiosa, per non essersi riposata affatto. Avrebbe temuto il suono della sveglia che scattava, doversi trascinare giù dal letto, dover arrancare nella doccia con un peso invisibile che la tirava giù.
Adesso quello scenario sembrava il culmine del piacere, un sollievo rispetto alla sua situazione attuale, che definire esaurimento sarebbe stato riduttivo. I suoi giorni e le sue notti avevano cominciato a confondersi, con solo questi momenti – quando guardava il sole che sorgeva – a ricordarle la differenza.
Nelle prime settimane dopo l’inizio di quella follia, amici e vicini preoccupati si erano fermati senza preavviso, per bussare alla sua porta e chiamare: «Kate? Ci sei? Tutto bene?». Lei rispondeva che aveva l’influenza, ma quando quella scusa cominciò a non funzionare più, ordinò a tutti semplicemente di andarsene. Wainwright era stato il più insistente, facendosi vivo tutti i pomeriggi verso le sette, dopo il lavoro. Lei però riuscì a scoraggiare perfino lui, e presto smisero tutti di venire, lasciandola al silenzio assoluto del suo monolocale che era diventato come una tomba.
Era sdraiata sul letto (un materasso, in realtà, con le coperte ammucchiate sul pavimento), la testa piegata di lato sul cuscino sprimacciato, il volto inerte. A qualche isolato da lì, le campane di una chiesa suonarono. Eseguirono il loro motivo in automatico, con la precisione di un orologio svizzero, tirando fuori un suono tanto gioioso quanto artificiale.
Aveva la vaga sensazione di essere in ritardo, che avrebbe dovuto saltare giù dal letto e correre a vestirsi, ma quella sensazione sparì in fretta. Non aveva nessun posto dove andare. Nessun lavoro. Nessun amico. Nessuna vita. Solo questo. Solo l’isolamento claustrofobico dal mondo, dietro la sua porta chiusa a chiave.
Dall’esterno, infiltrandosi come gli echi di un universo alternativo, arrivavano i rumori della città che si svegliava. Un’auto suonava il clacson. Un cane abbaiava. Un uomo gridava insulti a nessuno in particolare. Kate riconosceva ognuno di questi rumori per quello che era, ma non avevano più il potere evocativo di una volta. Erano suoni provenienti dal passato, attraverso uno squarcio nel tempo.