Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«L’hai portato tu nella nostra casa!» gridò, mentre Daniel superava anche lei con una spinta. La sua voce era piena di una tale rabbia, mentre sfogava tutta la sua furia, dopo mesi di sottomissione. «Tu ci hai fatto questo! Te l’avevo detto di non andare! Te l’avevo detto di non andare.»
Daniel spalancò la porta e l’aria umida di Chicago lo strinse nel pugno.
Si incontrarono al centro del giardino. Daniel ansimava, disperato.
«Scusatemi. Scusatemi per tutto questo.» Scosse la testa, tenendola bassa come se chiedesse scusa per un cane indisciplinato o per dei bambini che si comportavano male.
«Cos’è successo, Daniel?» chiese Sam.
I suoi abiti erano troppo larghi. Era ancora molto più grosso di Sam, ma nell’ultimo anno aveva perso peso in modo preoccupante.
«C’era…» esordì Daniel, e poi tacque.
Gli altri aspettarono.
Un attimo dopo continuò. «Al piano di sopra, nel mio studio. C’era una ragazza.»
Nella mente di Sam comparve un’immagine. La donna carbonizzata. La cosa che strisciava per i corridoi vuoti di casa sua.
Questo gli strappò via anche l’ultimo frammento della speranza che stesse impazzendo.
Non era il risultato di una colpa infantile. Non era una malattia mentale o un’illusione.
Viene a trovare anche Daniel. Sotto una forma diversa, però. Pensata apposta per lui.
Sam si avvicinò. «Che aspetto aveva, la ragazza?»
«Non lo so.»
«Daniel? Che aspetto aveva?»
Daniel taceva.
Dall’altra parte della via, una coppia di mezza età uscì di casa e si fermò a metà strada verso il SUV parcheggiato nel vialetto. Guardarono verso la casa di Daniel, confusi.
«Voi fatevi i cazzi vostri!» gridò Moore.
Videro chiaramente la coppia sussultare, e poi affrettarsi a raggiungere l’auto, uscire in retromarcia dal vialetto e andarsene a tutta velocità.
Sam mise una mano sulla spalla di Daniel.
«Che aspetto aveva la ragazza, Daniel?»
Lui buttò fuori l’aria, tremante. «Era un’adolescente. Lei… Lei sembrava proprio la nostra Claire, però…»
«Però che cosa?»
Daniel deglutì forte. «Però non aveva gli occhi. Non aveva…»
Crollò sull’erba fitta e verde, con le lacrime che tracciavano caldi solchi sul suo viso.
«Che cos’è questa cosa?» domandò. «Che sta succedendo?»
«Non lo so, ma sta succedendo anche a noi» rispose Moore. Non c’era malizia nella sua voce. C’era, anzi, qualcosa di molto simile alla compassione.
Daniel li fissò. Sembrava stanco, sconfitto, escluso da quella pace simile allo zen che una volta proiettava intorno a sé. Il distacco nei suoi occhi era profondamente inquietante.
Doveva aver percepito l’ansia sul volto di Sam, perché si voltò verso di lui e si sforzò di mostrare un minimo di controllo.
«Che ci fate qui, voi due?»
«Dobbiamo parlare» gli disse Sam.
«E poi?»
«E poi ci facciamo venire un’idea su come fermare tutto questo.»
Ventiquattro
Sabato 22 aprile