Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Quando Moore non rispose, Anaya dovette cedere. «Oppure accetta l’offerta. Wainwright, però, stavolta parte avvantaggiato. Gli piacciono le trovate pubblicitarie. Probabilmente non sarà così semplice come sembra.»
Moore avvolse i lunghi capelli intorno al polso, come un pugile che si benda le mani con il nastro prima di un incontro.
«Lo voglio fare» disse.
«Okay, va bene, ma ascolta, Moore, non puoi usarla come occasione per fare a pezzi Gary e lo studio.»
«È la mia intervista. Posso dire il cazzo che voglio.»
«E accidenti se loro non possono portarti in tribunale. Per favore, se Wainwright cerca di affrontare l’argomento, non abboccare. Parla del tuo lavoro. Parla di Tagli, il libro. Non parlare di Tagli come film, a meno che non sia per mettere un bel po’ di culi sulle poltrone quando uscirà al cinema.»
Moore strinse i pugni e diede un bello strattone alla coda di cavallo. «Ho del lavoro da fare.»
«Moore…»
Una delle sue unghie d’argento toccò l’icona per riagganciare, e Anaya sparì.
Moore gettò il telefono sul divano bianco di metà secolo e tornò a concentrarsi sul computer. Ancora una volta, la casa si riempì del rumore dei tasti.
Cinque
Sabato 29 ottobre
I rampicanti non volevano mollare la presa.
Le loro verdi braccia si erano infilate come tentacoli in ogni spazio vuoto della rete metallica del cancello, assicurandosi che non si muovesse. Cappie Kovac fece scivolare le dita guantate in alcuni di quegli spazi a forma di rombo e diede un bello scossone al cancello.
«Deke!» gridò al figlio da sopra la spalla. «Mi serve un po’ di aiuto qui, cazzo!»
Un paio di tronchesi da settantacinque centimetri morsero l’angolo basso del cancello e lo liberarono con uno scatto. Deke si fece strada rapidamente lungo il lato del cancello, maglia dopo maglia, con le vene sulla cresta del bicipite che iniziavano a gonfiarsi. Aveva quasi trent’anni e già mostrava un accenno di pancia da birra, ma era un ragazzo forte. Aveva voglia di lavorare. Tutto impegno e per nulla insolente.
«Ho quasi fatto» annunciò con voce acuta. Era l’ultimo suono che ci si aspettava di sentire da quel ragazzone con le spalle larghe e il collo grosso. Avvicinò con forza le impugnature delle tronchesi, e i loro denti affilati tagliarono l’ultima fila di maglie metalliche.
Cappie avvolse le dita tozze e guantate intorno alle barre centrali del cancello e diede un altro scossone. Era libero dal resto della recinzione che delimitava il terreno intorno alla casa, eppure non voleva muoversi.
«Aiutami a buttare giù questo bastardo!» Cappie ordinò al figlio.
Deke si avvicinò al padre e agguantò una sezione del cancello. Insieme, tirarono all’indietro con tutta la loro forza. I rampicanti sembrarono addirittura stringere più forte. I viticci si arricciarono ancora di più.
«Tira!» gridò Cappie.