Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Lei ripeté di nuovo le istruzioni, e stavolta gli fece scivolare qualcosa in mano. Un’impugnatura. Molto pesante a un’estremità. Come i martelli che avevano adoperato per aggredire il muro in cima alle scale. Il peso di quell’oggetto lo costrinse ad abbassare la mano all’improvviso e, come arrivasse da molto lontano, sentì un rumore – cink! – di metallo che mordeva il legno.
Per l’ennesima volta, lei ripeté a suo padre cosa doveva fare. Poi si scostò, con un rapido bacio sulla fronte. Aveva le labbra umide, morbide. Era così reale. Così reale.
Daniel guardò la figlia negli occhi, e lei gli regalò un sorriso di incoraggiamento.
«Fallo, Papà» disse, con la testa piegata e gli occhi sgranati. Sorrise, e le sue parole gli riempirono le orecchie, anche mentre le labbra distese di lei restavano immobili. «Fallo per me.»
Trentuno
15:18
La luce si spense in un attimo. Un attimo prima, il sole caldo del pomeriggio copriva la metà inferiore della scala di un mosaico di colori; poi scomparve tutto insieme, e la penombra si riprese i gradini.
Sam guardò Wainwright, che aveva smesso di scalfire la calce intorno a uno dei mattoni. Posò martello e scalpello sul gradino più alto, asciugandosi la fronte con la manica della camicia.
«Quassù non vedo quasi niente» disse.
Era vero. Senza la luce della finestra dell’alcova, in pratica lavoravano al buio.
«Che sta succedendo là fuori?» gridò Sam agli altri.
Moore era alla finestra, e sbirciava attraverso il vetro colorato, a occidente della casa. «Sembra che stia per piovere» annunciò. «Una grossa nuvola è appena passata davanti al sole. Ma da dove cazzo arriva?»
Si sentì un rumore. Dita che picchiettavano. In tutta la casa.
«Che cos’è?» chiese Sam.
Ascoltarono tutti. Non erano dita. Era pioggia. Il suo morbido picchiettio sul tetto. Le gocce cominciarono a chiazzare la finestra, oscurando il vetro.
«È inutile» disse Wainwright, accennando al muro. La voce era poco più di un sussurro. «C’è qualcos’altro a parte la calce che tiene insieme questi mattoni.» Sospirò. «Con questi attrezzi non lo sfondiamo di certo.»
«Sì che lo sfondiamo» ribatté Sam.
«Non so, Sam…»
«Ce la faremo!» L’improvviso scatto di rabbia sorprese perfino Sam. Distolse lo sguardo, imbarazzato.
Wainwright si schiarì la gola e accennò alla nuvola di polvere che avevano intorno. «Devo uscire un secondo.»
«Non abbiamo il tempo.»
«Quassù non respiro» disse Wainwright, piccato.
Digrignando i denti, Sam strinse il manico della padella di ghisa…
Del martello, lo corresse la sua mente.
Ma non era così. Era la padella che stava sulla stufa di sua madre. La teneva per il manico, e qualcosa splendeva sul suo corpo nero. Sangue. Il sangue di sua madre.
Sam alzò gli occhi, scosso. Wainwright scendeva di corsa le scale. Mentre passava, Moore gli gridò: «Guarda come sta Daniel, va bene? È un bel po’ che è andato via».