Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
A Moore venne in mente qualcosa. Guardò Sam, con una nuova determinazione. «E gli altri? Magari loro stanno bene. Forse riguarda solo noi.»
Sam rifletté un attimo, poi tirò fuori il telefono.
«Che stai facendo?» domandò Moore.
«Telefono a Daniel.» Sam aprì l’elenco dei contatti e lo scorse fino alla lettera S. Eccolo, il numero che gli aveva dato Wainwright l’anno prima.
Sam toccò il numero, e fece partire la chiamata. Accostò il telefono all’orecchio.
All’altro capo della linea, il telefono di Daniel cominciò a squillare.
Ventuno
Giovedì 20 aprile
Daniel era seduto con i palmi premuti sugli occhi chiusi, cercando di perdersi nella tranquillità del proprio studio. Il telefono, dopo aver squillato per quasi un giorno intero, finalmente taceva. Daniel gliene era grato. Non voleva rispondere. Non voleva essere costretto a una banale conversazione.
Sentiva sua moglie che trascinava i piedi nel corridoio, i suoi passi leggeri mentre passava. Sapeva bene che lei avrebbe voluto che uscisse, e con il tempo l’avrebbe accontentata, ma non ancora. Non prima di aver superato l’ostacolo imprevisto che aveva davanti, quel cursore che lampeggiava sullo schermo del computer, e segnava il momento in cui la sua storia lo aveva abbandonato.
Non potendo scrivere, Daniel si era lasciato distrarre, aveva immaginato cosa sarebbe potuto succedere quando il suo editore avrebbe letto il nuovo manoscritto. Non lo avrebbero pubblicato. Era troppo cupo, lontano dal genere di ipocrite banalità a cui era abituato il suo pubblico di lettori cristiani. Questa non era una storiella splatter annacquata per lettori adolescenti, servita a cottura media con un contorno bollente di giudizio e salvezza. Questa era un’opera intensa, che si insinuava nelle pieghe più ombrose dell’anima, moralmente ambigua senza nemmeno il minimo barlume di una luce alla fine del tunnel. Era reale. Era la vita.
Un anno prima, Daniel avrebbe sbuffato davanti a pensieri così pessimisti. Questo succedeva prima che Claire gli venisse strappata via. In quel momento, insieme al vicesceriffo, davanti alla casa sul Kill Creek, era bastata una singola frase…
Sua figlia è rimasta coinvolta in un incidente
… e Daniel aveva sentito qualcosa spezzarsi dentro di sé, l’aveva sentito proprio rompersi come il ramo secco di un albero malato, e tutta la speranza, tutta la pace, tutta la calma concessegli da Dio che una volta avevano riempito il suo cuore erano evaporate.
Una volta, anni prima, Daniel e Sabrina erano usciti a fare una passeggiata, con la figlia piccola al calduccio sotto una coperta, nel passeggino, ed erano passati vicino a un appartamento in fiamme. Era un decrepito palazzo di sei piani, all’angolo nordest dell’incrocio. Dalle finestre più alte uscivano neri pennacchi di fumo. Sembrava che i pompieri avessero l’incendio sotto controllo, e che il getto potente dei loro idranti stesse spegnendo le fiamme.