Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sì, confessò Moore, rivolta a se stessa. Voleva che il dolore cessasse. Aveva vissuto con quel dolore per quasi tutta la vita, e tutto ciò che aveva sempre voluto, più della fama e del denaro e del sesso e del potere, era che quel dolore cessasse.
«Vieni da me.»
Daniel era un’ombra enorme e ansimante in fondo alle scale. Stringeva in mano l’accetta. Il sangue cadeva in grosse gocce dalla lama.
Il mio sangue, pensò Moore. Quello è il mio sangue!
«Vieni da me, e non proverai mai più dolore.»
C’era un occhio, nel buio, un singolo globo pallido sospeso nell’aria come un pianeta congelato e distante. L’occhio di una donna. Freddo e potente.
«Vieni.»
La testa di Daniel scattò verso destra, e lui fulminò Moore con lo sguardo, dal buio. Senza dire una parola, le si lanciò contro, alzando l’accetta.
Il dolore è dolore, pensò Moore. Annaspò verso il buio, e tra le braccia della cosa che l’aspettava.
Trentaquattro
16:35
Le gocce di pioggia colpivano la terra asciutta e assetata, ma questa le rifiutava, e i loro corpi liquidi, come lacrime celesti, rotolavano senza meta sulla superficie friabile del letto del torrente. Non ci volle molto perché le gocce, una alla volta, si trovassero e si fondessero insieme, creando dapprima rivoli di pioggia che scorrevano serpeggianti da sponda a sponda, per poi unirsi in una sola lastra d’acqua, che aumentava di livello a ogni millimetro che cadeva.
I rampicanti verdi e lanosi che coprivano i campi come muscoli esposti cominciarono a svegliarsi al tocco fresco e suadente della pioggia. I movimenti erano leggeri, le contrazioni lente come quelle di un animale che si sveglia dal letargo. Mentre il letto del torrente si riempiva di acqua piovana, i rampicanti si contorcevano sotto la superficie, come vermi fronzuti che scavavano nel terreno.
Eppure il terreno non voleva bere. Il Kill Creek, fatta eccezione per qualche pozza di acqua stagnante, ricominciò a scorrere.
Dopo un attimo di straniamento che cancellò tutto, di colpo la mente di Sebastian fu di nuovo lucida. Gli ricordò il televisore che aveva comprato con i guadagni del primo romanzo pubblicato, un pesante mostro di legno con un occhio sporgente in bianco e nero, e le antenne che spuntavano a casaccio dalla testa. A quei tempi si potevano ricevere solo una manciata di canali, e questo significava che bisognava attraversare lunghi tratti di interferenze, girando la manopola in cerca di un buon segnale.
Per sei mesi, Sebastian non aveva più avuto quegli attacchi. Si era sentito rinascere, e aveva goduto ogni secondo di quel nuovo periodo di lucidità. Adesso, però, le cose erano cambiate. Era tentato di lasciare il gruppo e tornare a casa. Il panico lo aveva invaso e diventava tanto più forte quanto più a lungo restava nella casa. Non voleva perdere la testa. Non voleva piombare per sempre nel nulla.
La casa ha dato, la casa ha tolto.