Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

La casa era davanti a loro, rannicchiata sul terreno invaso dalle piante. L’erba alta sembrava più sana che mai. Folta e dal colore vibrante.

I loro sguardi, tuttavia, furono attratti dal faggio, l’albero delle impiccagioni, i cui rami contorti l’autunno precedente erano stati privi di vita. Nei mesi trascorsi da allora era andato incontro a una rinascita inquietante. Nastri di foglie verde intenso gli drappeggiavano il corpo come gioielli. Spessi rampicanti risalivano il tronco nodoso, avvolgendosi stretti intorno alle fessure della corteccia, tenendola insieme, tenendola unita. Alcune foglie volavano libere nella brezza leggera, ma le altre restavano attaccate, ghirlande verdi che ondeggiavano avanti e indietro come altrettanti pendoli che contavano i secondi che mancavano al loro arrivo.

Ventotto

12:45

Sam sbatté lo sportello posteriore del SUV. Si mise in spalla la borsa di tela scura, con una tracolla di nylon marrone chiaro. All’interno, lo scalpello e i martelli facevano un leggero rumore metallico. Moore insistette per portare la mazza da dieci chili, godendosi quel peso tra le mani.

Tutti e cinque risalirono il vialetto di ghiaia. Da entrambi i lati, senza alcun legame con il vento, si propagò come un’onda nell’erba alta.

Quando arrivarono sulla veranda, Daniel si fermò. Guardò la finestra all’ultimo piano.

Sebastian seguì il suo sguardo. «Che cosa vedi, Daniel?»

Daniel sussurrò qualcosa, troppo basso per distinguerlo.

«Scusa, cos’hai detto?» domandò Sebastian.

Falli muovere, si disse Sam. Se aspettano troppo, cominceranno a mettere in discussione il piano. Torneranno indietro.

«Andiamo, forza» esclamò mentre saliva i gradini verso l’ingresso. I suoi scarponi bussavano piano sul legno, mentre raggiungeva la porta. A differenza dello scorso autunno, non c’erano più i rampicanti avvolti intorno al pomello. Poteva girarlo liberamente.

Sam si fermò e diede un’occhiata alla veranda. Anche i rampicanti che una volta coprivano le assi si erano ritirati. Dovevano essere tornati tra l’erba alta. Non aveva senso ma, del resto, ben poche cose ne avevano.

Dietro di lui, Wainwright fece un leggero saltello e scoprì che il legno non cedeva più sotto ai suoi piedi.

«Si è irrobustita» disse. «La veranda. Sembra quasi nuova di zecca.»

Sam si voltò di nuovo verso la porta.

Andiamo.

Girò il pomello.

La porta si aprì facilmente.

L’avevamo chiusa, quando eravamo partiti l’anno scorso? Sam cercò di ricordare. Forse qualcuno è entrato dopo di noi e si è dimenticato di chiudere.

O forse la casa vuole che entriate, suggerì la sua mente. Sam allontanò quel pensiero. Certe idee alimentavano solo la paura.

Si fece forza ed entrò.

A prima vista, le stanze sembravano ancora come le avevano lasciate. Presto, però, si resero conto che anche l’interno era in condizioni migliori. La casa era incredibilmente pulita. Nemmeno un granello di polvere parlava del passare del tempo. Il colore del legno delle pareti e del pavimento sembrava più vivido. Perfino i mobili, ancora sistemati secondo quanto disposto nel testamento di Rachel Finch, sembravano appena puliti.

Sana. La casa sembra sana, pensò Sam.