Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

«Io davvero non…» iniziò Sam.

Ma stava parlando a una soglia vuota.

Wainwright se n’era andato.

Quattro

Giovedì 20 ottobre

Moore grugnì con rabbia, spingendo la barra lontano dal petto. Le vene dei suoi bicipiti si gonfiarono sotto il manubrio. Il sudore scorreva lungo i lati della testa rasata e nel nodo storto della coda di cavallo. Aveva le braccia in fiamme, la schiena fradicia contro la superficie liscia e gommosa della panca da allenamento.

Abbassò la barra, in una discesa lenta e controllata. Sentì il metallo freddo baciare la pelle nuda subito sopra al reggiseno sportivo. Lasciò andare un altro ringhio animalesco, mentre spingeva con forza la barra di nuovo verso l’alto.

Il braccio destro tremava, minacciando di piegarsi.

«Vaffanculo» sibilò digrignando i denti. Strinse la barra con abbastanza forza da perdere tutto il colore alle dita.

La barra ricadde con uno schianto sui sostegni. Moore si mise seduta. Afferrò un asciugamano da terra. Si asciugò il sudore dal viso. Sentiva il cuore battere forte, fortissimo nel petto. Quel dolore era una bella sensazione. Era sia la minaccia della morte sia la rassicurazione della vita. Non era niente di cui avere paura. Piacere e dolore, Moore lo sapeva, si percepiscono nella stessa area del cervello. L’estremo dell’uno diventava indistinguibile dall’altro. Il piacere del dolore. Il dolore del piacere.

Tolse bruscamente il reggiseno sportivo zuppo di sudore, sciolse la coda di cavallo e, passando sotto un arco, entrò nel bagno del seminterrato. Girò il rubinetto della doccia che sporgeva dal muro di mattonelle bianche e, scivolando fuori dai pantaloncini, si infilò subito sotto al getto d’acqua. La sua pelle formicolò sotto quel diluvio gelido. Gradualmente l’acqua divenne più calda, finché intorno a lei si gonfiarono grosse nuvole di vapore.

A piedi nudi arrivava a stento a un metro e sessantasette, ma la forza che irradiava le aggiungeva almeno quindici centimetri. Aveva trentotto anni e sembrava scolpita nel marmo. Ben definita, ma non così muscolosa da sembrare oscena. Sexy, ma non grottesca. Ogni linea, ogni curva erano necessarie, progettate con cura.

Girò forte il rubinetto a destra, e l’acqua smise di cadere. Mentre si asciugava, qualche goccia tiepida scese ancora dalla doccia cromata sulla sua nuca.

Non si preoccupò di vestirsi.