Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Sam oltrepassò la porta a battente ed entrò in cucina.

Questa casa è più bella della mia, si disse.

Era una stanza molto spaziosa e organizzata in maniera classica, a forma di L, con pensili di noce scuro lungo due delle pareti. Dalle portefinestre alla loro sinistra si intravedeva una veranda chiusa, con un divano e una poltrona di vimini circondati dai cadaveri bruni e raggrinziti di piante trascurate per troppo tempo. Al centro della cucina, l’aggiunta moderna di un’isola restava come sospesa davanti a un profondo lavandino da fattoria. La malta bianca tra le mattonelle bianche scheggiate aveva conosciuto giorni migliori, ma a parte quello la stanza era in buone condizioni. Quanto ai mobili, risalivano tutti a decenni passati: una stufa a gas a quattro fuochi in acciaio inossidabile e un frigorifero male assortito, bianco, in stile anni Cinquanta e con una grossa maniglia di metallo.

Come l’atrio e la biblioteca, anche la cucina era immersa nella calda luce del pomeriggio.

Moore si fermò accanto a Sam. Portava ancora gli occhiali da sole. «È un po’ strano, vero?» domandò.

Sam scosse la testa, confuso. «Che cosa?»

«Quanto è bella questa casa. Eppure quanto avrà, centocinquanta anni?»

Aveva ragione. Fatta eccezione per la polvere, le piastrelle scheggiate e l’odore stantio delle stanze rimaste chiuse troppo a lungo, la casa era immacolata.

La pressione che Sam aveva sentito la prima volta che erano entrati tornò, premendogli contro i timpani. Immaginò di affondare in un oceano sempre più scuro. Sopra c’era la luce. Sotto, le profondità impenetrabili di un abisso infinito.

Si guardò intorno nella cucina.

Sentì le grida di suo fratello. Sentì quelle di sua madre.

La cucina è il cuore della casa, pensò Sam. È il luogo dove ci si riunisce, si fa conversazione, il luogo dell’amore.

Dovrebbe essere, si corresse.

Quella casa però non era un luogo d’amore. Era un luogo di morte. Le speranze di Goodman, i suoi sogni, il suo amore gli erano stati brutalmente strappati.

Wainwright aprì lo sportello del frigo, da dove uscì un alito di aria gelida. «Anche se resteremo qui solo una notte, ci siamo assicurati che il frigo fosse ben rifornito» disse al gruppo. «Acqua, bibite, vino, birra. Affettati. Verdure. Frutta.»

Uno stridere di stanchi cardini fece sussultare Moore. Daniel aveva aperto la porta sul retro, e guardava una fila di pietre nel cortile.

«E che cazzo, Slaughter!» scattò Moore.

Il grosso uomo accennò al vialetto che si allontanava dalla casa verso uno spazio vuoto tra gli alberi. «Quello dove porta?»

«Al pozzo» disse Wainwright, come a dare per scontato che il sentiero potesse condurre solo in un posto. «È quasi nascosto dalla vegetazione, dunque state attenti, se ci andate. Mi hanno detto che il pozzo è stato coperto anni fa, ma per favore, andate da un’altra parte a passeggiare, se non volete caderci dentro.»

Sam vide che Wainwright sogghignava, come se trovasse divertente il pensiero di uno di loro che finiva nel pozzo.