Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Wainwright si girò sui consunti scarponi da lavoro neri e guardò il gruppo. «Benvenuti alla casa sul Kill Creek. Che ne dite se diamo un’occhiata in giro?»

Daniel Slaughter guardò di nuovo la casa. Non gli sembrò cattiva. In realtà, in quel momento, pensò che gli stesse dando il benvenuto.

Attraversarono l’atrio, passando sotto l’arco alla loro sinistra.

Ah, pensò Sebastian. Ecco una stanza come piacciono a me.

Erano in uno studio. La parete occidentale era occupata da grandi finestre con i vetri sporchi, che tuttavia lasciavano entrare abbastanza luce da far sembrare la stanza allegra e accogliente, malgrado la malinconia di quella giornata nuvolosa. Due sedie di mogano erano disposte ad angolo, ai lati di un tavolo riccamente decorato. Scaffali incassati, carichi di libri, rivestivano la parete opposta alla porta.

«Tutti i mobili appartenevano alle sorelle Finch» spiegò Wainwright. Aveva nella mano destra la sua copia di Prateria di fantasmi. «Nel loro testamento disposero che, anche se fosse tornata di proprietà della contea, nella casa doveva restare tutto come lo avevano lasciato. Intatto.»

Sebastian fece scorrere un dito sui dorsi dei libri sullo scaffale. Non gli importava dei titoli. Erano comunque libri. Pieni di pensieri. La loro rilevanza era discutibile; era sicuro che alcuni fossero eccezionali, mentre altri erano opera di menti inferiori. Non si faceva scrupoli prima di definire un libro illeggibile. In quel momento, tuttavia, il merito letterario di quei volumi non era importante. Erano parole messe in fila per testimoniare il contatto dei neuroni, e il trasferimento di informazioni tramite sinapsi. Erano menti umane trasferite su carta, e Sebastian li amava tutti, uno per uno, perfino quelli che si potevano leggere e poi buttare.

Come il dannato libro di Adudel, pensò.

Sì, perfino il libro di Adudel meritava di esistere, perché il suo autore si era seduto e aveva battuto sui tasti fino a mettere in ordine tutto il caos che aveva in mente, e mostrarlo agli altri perché potessero farne esperienza.

Lo facciamo per questo, si disse Sebastian, mentre guardava quella fila di tomi rilegati in pelle.

Per continuare a vivere. Per esistere ancora quando non esisteremo più.

Per essere ricordati.

«È una bella stanza.»

Distolse lo sguardo dallo scaffale.

Accanto a una delle sedie c’era Daniel Slaughter, con le mani in tasca. Guardava quello spazio come un turista che ha dieci minuti per visitare tutta Notre Dame.

«Le sorelle Finch amavano questa casa» disse Wainwright.

La sua voce. Non mi ci abituerò mai. Rimbomba. Come se arrivasse direttamente da un megafono puntato verso di me.

Gli altri stavano parlando. Discutevano degli anni in cui c’erano ancora Rebecca e Rachel Finch, il tempo in cui le sorelle camminavano per le stanze della casa. Sebastian però non li ascoltava. Erano solo un muro di rumore. Pensava ai milioni di parole che aveva affidato alla carta. Pensava alle innumerevoli idee che gli erano passate per la mente, come tanti colibrì sospesi sui boccioli appena schiusi. E batté gli occhi, per allontanare la nebbia.