Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Molto tempo dopo, con la realtà della loro situazione ormai terribilmente a fuoco, Moore sarebbe tornata indietro a quel momento e si sarebbe maledetta per non essere uscita dalla stanza. Aveva desiderato di andarsene. Era libera di farlo. Proprio come gli altri, però, qualcosa l’aveva spinta a restare, a sedersi al tavolo, ad ascoltare in silenzio mentre Wainwright spiegava il suo piano. Moore non poteva parlare per gli altri, ma quando insistette davvero con se stessa per trovare un motivo alla sua partecipazione alla grandiosa sciarada di Wainwright, la risposta fu così semplice, e così patetica, che le diede il voltastomaco: era rimasta perché gli uomini erano rimasti. Era rimasta per orgoglio. Aveva combattuto troppo duramente contro quei maiali pieni di boria per arrendersi adesso.

Stanza 819. Sam inserì la tessera e sentì uno scatto. Aprì la porta con una spinta.

Un’aria viziata, riciclata, lo investì. Lasciò che la porta si chiudesse alle sue spalle. Lanciò la tessera sul cassettone, lasciò cadere a terra la borsa, e crollò sul letto all’indietro.

Per dieci minuti restò a guardare il soffitto. C’era una macchia d’umido che rovinava tutto quel biancore.

Chiuse gli occhi.

È ridicolo.

Il ronzio del condizionatore riempiva la stanza.

Iniziò, lentamente, a percorrere con le dita la carne bruciata del braccio sinistro.

Sotto alla finestra, il condizionatore soffiava di continuo il suo alito fresco nella stanza.

Sam sentiva il sapore della cenere in fondo alla gola. Sentiva l’odore nauseabondo della pelle bruciata. Riconobbe il proprio, ma c’era qualcun altro, nell’incendio, che veniva consumato dalle fiamme…

Si mise seduto.

Quando prese il telefono, lo schermo si accese. Nessun messaggio. Chi avrebbe dovuto chiamarlo? Eli, forse, per controllare il proprio cliente. Erin? Improbabile. Anche se la notte di Halloween era sempre stata una delle loro ricorrenze preferite. Di solito affittavano un mucchio di film horror, riempivano una grossa zuppiera di dolci per chi veniva a fare “dolcetto o scherzetto”, e spegnevano tutte le luci finché soltanto lo sfarfallio del televisore illuminava la stanza.

Era il 30 ottobre, e da lei nemmeno una parola.

Magari domani, pensò. Mentre siamo nella casa.

Sapeva che non lo avrebbe chiamato. Con lui aveva chiuso.

Sam si alzò dal letto e si mise a camminare per la stanza. Che ci faccio qui? Dovrei essere a casa, a scrivere. O almeno a cercare di scrivere. Avrei dovuto prendere il portatile. No, ci ripensò, che cosa potrei concludere chiuso in una casa con altri tre scrittori? Magari niente. Forse, però, questa visita sarà una fonte di ispirazione. Forse mi verrà in mente un bell’incipit, là in quella vecchia casa piena di fantasmi. Potrebbe venirmi in mente una frase, all’improvviso, perfettamente formata come un bel bambino sano.