Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Su un tavolo vicino alla finestra c’erano un blocco per appunti con il marchio del Fairmont e una penna a sfera. Sam li prese, aprì la borsa e ce li mise dentro. Respirò. Ecco. Ora si sentiva meglio. Un problema in meno. Un milione ancora da risolvere.

Infilò una mano nella borsa e tirò fuori il piccolo nécessaire. Lo aprì. Dentro c’era una scatoletta, e in questa tre pillole verdi. Ne mise una in bocca e la inghiottì senza bere.

A un quarto alle sette, la sala del Fairmont era come quella di tutti gli altri alberghi: adeguatamente in penombra, costruita in modo artificiale e stracolma di uomini d’affari. Nell’aria risuonava una blanda musica jazz.

Sam entrò, perlustrò la sala, e vide quasi subito Sebastian Cole appollaiato su uno sgabello del bar, rilassato, con in mano un bicchiere di quello che sembrava whisky single malt. Fissava la finestra dietro al bancone, oltre la quale il buio iniziava a stendersi sulla città. Il cielo di un blu senza fine era cosparso di stelle e le nubi, prima bianche, splendevano adesso di un caldo colore rosa, come se le avessero prese a schiaffi. Le luci dei negozi del Plaza ammiccavano accendendosi una alla volta, ogni vetrina un caldo invito ai clienti che tremavano di freddo all’esterno. Per strada, una carrozza trainata da cavalli se la prendeva comoda mentre le auto la seguivano con pazienza.

Sebastian aveva gli occhi leggermente sgranati, come fuori fuoco.

«Spero di non disturbarla.» La voce di Sam lo fece sussultare. Si voltò di scatto.

«Mi scusi» continuò Sam. «Se vuole restare solo…»

«Non mi disturba affatto.» Sebastian gli offrì un caldo sorriso. «Per favore, beva qualcosa con me.»

Sam si sedette sullo sgabello più vicino e ordinò una birra. Il barista gliela versò con un bello strato di schiuma. «Dunque» disse Sam, dopo un sorso di cui aveva molto bisogno, «eccoci qui.»

«Tra tutti i posti possibili.»

Sam prese un tovagliolo da una pila vicina e cominciò a torcerlo, da quanto era nervoso. Fallo e basta, pensò. Non esiste una maniera disinvolta per dirlo, allora dillo e non pensarci più.

«Signor Cole, io…»

«Per piacere. Sebastian.»

Sam annuì. «Sebastian. Sono sicuro che glielo dicono tutti i giorni, ma i suoi libri significano molto per me. Posso dire tranquillamente che sono il motivo per cui sono diventato scrittore.» Continuava ad armeggiare con il tovagliolo, ormai a brandelli.

«Non voglio sembrare un vecchio arrogante, Sam… Posso chiamarla Sam?»

«Ma certo.»

«Bene. Sì, capita spesso che i fan mi dicano quanto hanno amato i miei libri, soprattutto Un’ombra troppo lunga.»

«Un classico» sbottò Sam, e subito si vergognò. Ricordò la smorfia di Sebastian, quando poche ore prima Daniel aveva usato la stessa espressione.