Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sul tavolo c’era una pila dei suoi libri. Cartonati. Tascabili. In inglese. In francese. In spagnolo. I suoi quattro romanzi moltiplicati secondo il formato e la lingua; la sua produzione che veniva fatta sembrare più prolifica di quanto fosse davvero.
Era comunque un tributo, così come le torri sbilenche di Daniel Slaughter e T.C. Moore.
«C’è nessuno?» disse ancora una volta nel buio. «Salve?!?»
Nessuna risposta.
Sam sospirò, infastidito. Non gli piacevano questi giochetti.
Da dietro di lui arrivò lo schiocco delle porte che si aprivano.
Sulla soglia c’era una donna con dei jeans neri attillati, una maglietta aderente e tagliata a caso per mostrare accenni di pelle nuda, e occhiali da sole dalla spessa montatura nera. Capelli color onice scendevano su uno dei lati rasati della testa, e sulla spalla, come inchiostro versato.
All’improvviso capì, e la consapevolezza di chi fosse quella persona gli sbatté nel cervello come il tasto di una macchina da scrivere. Anche se non si erano mai incontrati, seppe chi era nell’attimo esatto in cui la vide. Dopotutto, aveva appena tenuto in mano uno dei suoi libri.
T.C. Moore piegò la testa, altrettanto confusa dalla vista di Sam.
«Tu sei… Sam McGarver?»
Gli ingranaggi nella testa di Sam si bloccarono.
Moore entrò nella sala a passo di marcia, con i tacchi che scandivano ogni passo, controllato e deciso. Svanì nell’ombra per un attimo, poi riemerse nella luce morbida del primo faretto. Era straordinariamente bella, con i lineamenti che sembravano lame affilate. Il suo corpo era teso, contratto come un unico muscolo.
Malgrado la sala fosse quasi del tutto in penombra, non si era tolta gli occhiali da sole.
«Che cazzo sta succedendo?» domandò, la sua irritazione forte e chiara. «Dov’è Wainwright?»
Sam alzò le spalle. «Non lo so.» Accennò con la testa a una pila di libri alla sinistra di Moore. «Ma credo che quelli siano per te.»
Lei si voltò, guardò la pila dapprima con assoluto disinteresse, poi il suo viso si rilassò quando guardò i dorsi, smarrita e confusa. Per la prima volta da quando era arrivata si tolse gli occhiali, li lasciò penzolare, dimenticati, da una mano. Con l’altra prese il tascabile in cima alla pila e passò un pollice con l’unghia d’argento sopra il suo nome.
«Cosa… cos’è questo?» domandò, rivolta più alla sala che a lui.
«Speravo lo sapessi tu.»
Strinse il libro mentre guardava il resto delle pile, riconoscendo le opere di Sam. Si girò a guardarlo e, anche nella luce bassa, Sam notò la sua famosa pupilla, con l’iride attraversata da una crepa nera.
«Anche tu sei qui per Wainwright? Tu?»
«È tanto incredibile che si interessi a me?»
«Lui, posso crederci. Ma i suoi follower…» Alzò le spalle. «O forse WrightWire è un posto più moderato di quanto pensassi.»
Sam si irrigidì, offeso. «Preferisco dire mainstream» disse.
«Ne sono certa» replicò Moore.