Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Un cigolio di scarpe da tennis fece sussultare entrambi gli autori. Moore sbuffò come un toro innervosito. Non le piaceva essere presa alla sprovvista.
Una sagoma massiccia riempiva la soglia, un torso perfettamente rotondo sopra due gambe corte e tozze. Il petto dell’uomo si alzava e si abbassava mentre cercava di nascondere l’affanno nel suo respiro. Era evidente che si era affrettato per arrivare in quella sezione della biblioteca, e non era strutturato per la fretta.
«È qui che devo venire per l’intervista?» chiese, senza fiato ma con voce allegra.
«Uccidetemi, vi prego» ringhiò Moore.
Sam riconobbe subito Daniel Slaughter. Lo aveva visto a un paio di convention dell’horror all’inizio della sua carriera, ma i due non si erano mai parlati.
Non c’è niente come incontrarsi ufficialmente nel modo più imbarazzante possibile, pensò Sam.
Daniel aveva circa trentacinque anni, era un uomo con gli occhi luminosi e le guance rosee, sempre pronto a un caldo sorriso. Era vestito in maniera classica, con pantaloni cachi, una polo celeste e una giacca blu. Intorno al collo taurino aveva una croce delicata, con una sottile catenella d’oro, e a stringere l’anulare sinistro come uno spago legato intorno a una salsiccia c’era una semplice fede d’oro.
Il sorriso allegro di Slaughter sparì quando vide i volti di Sam e Moore.
«Sono nel posto sbagliato?» chiese, con aria innocente. «Dovevo incontrarmi con un certo Wainwright.»
«Oh, cazzo, no» sputò Moore. Infilò una mano in una borsetta di pelle che portava in spalla con una tracolla di nastro nero, e tirò fuori il cellulare. «Non è questo che…» Non si curò di concludere il pensiero. Stava già attraversando la sala come una furia, il volto illuminato dal bagliore pallido dello schermo del telefono mentre cercava un numero.
Slaughter si rivolse a Sam. «Non capisco.»
«Io credo di cominciare a capire, invece» replicò Sam.
Così, spiegò quello che aveva capito solo qualche attimo prima: era una trappola. Avevano dato tutti per scontato di essere gli unici intervistati, e la bella gente di WrightWire non li aveva contraddetti. Sam e Slaughter ammisero entrambi che non si erano preoccupati di chiederlo; non gli era nemmeno venuto in mente che fossero coinvolti anche altri. Dal modo in cui stava riversando con furia una scarica di insulti nel telefono, era ovvio che non ci aveva pensato nemmeno Moore.
«Dunque è un’intervista di gruppo?» domandò Slaughter, tirando il bordo della polo sopra lo stomaco sporgente.
Sam annuì. «Già, sembra proprio di sì.»
«Solo noi tre?»
Sam si accigliò. Non aveva certo pensato che mancasse ancora qualcun altro.
Il suo sguardo passò dall’uomo corpulento e dalle guance rosse che aveva davanti alle torri di libri che si alzavano dal pavimento della sala come stalagmiti di carta. Ce n’erano almeno venti, disposte in un arco intorno al tavolo, e diverse altre ammucchiate sul tavolo stesso. Dopo aver trovato i suoi romanzi, Sam non si era preoccupato di guardare le altre pile.