Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

«Stiamo restaurando due impressionisti, se fosse più interessata a vedere quelli» propose Chad.

«Ti sembro una studentessa di prima media del cazzo in gita scolastica per vedere le ninfee, Chad?» domandò Moore.

Chad la guardò stringendo le palpebre. «No» disse.

All’estremità opposta della stanza c’era un tavolo di legno, perpendicolare agli altri. Una luce a LED si alzava sopra il tavolo su un lungo braccio di metallo. Sotto, illuminata da un morbido alone di luce bianca, c’era una tavoletta di terracotta su un pezzo di telo di plastica. Nella terracotta erano incise alcune rozze immagini: un leone ruggente, un capro con un solo corno, un insetto simile a un’ape ma con la testa umana.

Vicino, con la schiena rivolta al muro, c’era un addetto alla sicurezza con i pantaloni neri stirati di fresco e la camicia bianca. Seguì Moore con la coda dell’occhio, mentre lei si avvicinava alla tavoletta.

Chad allungò una mano, impedendole di avvicinarsi di più.

«Può guardare da qui» disse.

«Calmati» scattò Moore. «Non voglio mica leccarla, quella cosa.»

Guardò le diverse immagini. Nell’angolo all’estrema destra c’era una donna con un mantello lungo e una fodera dal motivo complicato. Portava quella che sembrava una corona squadrata, coperta di fiori. Da un lato del collo scendeva una singola treccia. L’unico occhio visibile era spalancato e penetrante.

Chad accennò con il capo all’immagine. «È Kubaba. Era una regina sumera…»

«Vado di fretta, Chad» lo interruppe Moore. «Puoi risparmiarmi la lezione di storia.»

«Pensavo solo che le facesse piacere sapere…»

«Dell’unica donna presente tra i sovrani sumeri? Che regnò durante la terza dinastia Kish? Che iniziò come oste di taverna, per diventare prima una delle donne più potenti del mondo e poi una dea mesopotamica, adorata in molteplici culti fino al secondo secolo inoltrato? Come sto andando?»

Chad si accigliò. Era evidente che alcune di quelle informazioni erano una novità anche per lui, e lottava contro il desiderio di sfidare Moore sulla loro accuratezza. Alla fine, scelse semplicemente di chiederle: «In cosa, esattamente, la stiamo aiutando, signora Moore?».

«Ricerche» spiegò Moore. «Per un libro. Non preoccuparti, non posso restare molto. Sto per lasciare la città.»

«E perché vedere questa tavoletta è così importante per il suo… libro?» Lo disse come se stentasse a credere che la donna che aveva davanti potesse davvero portare a termine un’impresa del genere.

«Volevo vedere il suo occhio» disse Moore.

«Il suo occhio?»

Moore ignorò l’uomo al suo fianco e si chinò più vicino alla tavoletta. Fissò l’occhio di Kubaba.

Quanti re aveva visto passare, ai suoi tempi? si domandò Moore. Quanti uomini avevano messo in discussione la sua autorità? Quanti ittiti avevano guardato quell’occhio, proprio come faccio io adesso, e tentato di incanalarne la forza attraverso riti sacri di loro invenzione? Quanti c’erano riusciti?

Chad si schiarì la gola.