Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Alla sua destra, palazzi di uffici e appartamenti lasciavano spazio ai dorsi torreggianti di classici come Comma 22, Fahrenheit 451, Il signore degli anelli, Il buio oltre la siepe. Era l’esterno della Central Library, la facciata principale, progettata per sembrare una lunga fila di classici della narrativa alti tre piani.
Era qui dove Wainwright aveva proposto che si incontrassero; l’intervista doveva iniziare con Sam McGarver che saliva su un gigantesco scaffale.
Non importava se Sam ricordava ogni particolare del viaggio da Lawrence al centro di Kansas City. Adesso era qui.
E non si tornava indietro.
La biblioteca era deserta. Silenziosa.
I passi di Sam echeggiarono sul pavimento di marmo, mentre si addentrava nell’atrio principale. Malgrado fosse appena scesa la sera, l’interno della biblioteca era sorprendentemente cupo.
«C’è nessuno?» chiamò, e ascoltò l’edificio cavernoso che inghiottiva la sua voce.
Si guardò intorno. Non c’era nessuno ad aspettarlo. Nemmeno un altro visitatore, o un custode.
Era solo.
Proprio davanti a lui, un percorso illuminato conduceva a una doppia porta di legno. Sam l’aprì con una spinta. Lo scatto della serratura fu come uno sparo in una caverna.
Adesso era in una specie di salone. Grandi pilastri bianchi si allungavano nel buio sopra di lui. Negli spazi vuoti tra questi pilastri c’erano dei libri. Pile e pile di libri. Era una rozza skyline letteraria che si stendeva per la stanza, un panorama cittadino in miniatura di pagine rilegate.
Le finestre, alte dal soffitto al pavimento e disposte su entrambi i lati della sala, erano coperte da spesse tende bordeaux, che facevano piombare nel buio quello spazio immenso. Alcuni percorsi illuminati, scelti strategicamente, proiettavano dall’alto raggi bianchi su ogni pila, un misto di volumi a copertina rigida e brossura. Punteggiavano quella sala in penombra come i cippi di un cimitero preistorico.
Lentamente, Sam si fermò.
«E che diavolo…»
Al centro della sala c’era un lungo tavolo di legno coperto di altri libri. Erano impilati così in alto che cadevano dai bordi. C’erano altre luci puntate ad angolo su quei cumuli di libri, che davano al tavolo l’aspetto sinistro di un monolito luminoso caduto.
Sam si rese conto per la prima volta che altoparlanti invisibili diffondevano musica dolce, una strana musica d’ambiente, industriale con un ritmo vagamente hip-hop.
Si addentrò ancora di più nella sala, fino a raggiungere la prima torre di libri.