Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Cappie fissò gli ultimi raggi di sole che rimbalzavano sulla finestra all’ultimo piano. Svitò il tappo della fiaschetta d’acciaio, già con la bava alla bocca al pensiero del sorso di cui aveva davvero bisogno. La finestra sembrava l’occhio di un ciclope, e fissava l’orizzonte senza battere le palpebre.

Non guardare il sole, amico, o diventerai cieco, disse tra sé Cappie. Ci sono tanti modi per diventare ciechi. Anche più divertenti. Fece una risatina rauca, che presto divenne un colpo di tosse che gli smosse il catarro nel petto.

Dietro di lui, parcheggiato sul vialetto di ghiaia adesso sgombro, c’era il suo vecchio e malandato pickup. La scritta dipinta di fresco sugli sportelli contrastava con la ruggine che stava ormai divorando il veicolo, dallo stemma sul cofano al gancio per il rimorchio. KOVAC & SON, diceva la scritta, senza troppa fanfara. Solo quelle lettere dipinte con gli stencil. Pulite, semplici.

Il debolissimo accenno di un «Cazzo!» arrivò con il vento da dietro alla casa, e Cappie sogghignò. Era Deke. Cappie se lo immaginò che grugniva e imprecava mentre metteva tutto il suo peso contro un chiodo troppo ostinato, in una finestra chiusa con le tavole di legno, che non voleva saperne di uscire. Per essere il figlio di un tuttofare professionista, Cappie era stupito da quante volte Deke si lamentasse dei lavori che trovavano. Forse avrebbe dovuto essere più duro con il ragazzo. Forse avrebbe dovuto picchiarlo più spesso, quando era piccolo. Batterlo con la cinta. Indurirlo un po’. Come aveva fatto il suo vecchio con lui. Era così che ti facevano crescere, alla fattoria. Ti lamenti, ti azzardi a rispondere male al tuo vecchio, e bang, la pelle ti va a fuoco per un colpo di cinta.

Ah, ma chi voleva prendere in giro? Il ragazzo non aveva cattive intenzioni. Lavorava duro. Faceva del suo meglio. Cappie non avrebbe potuto pretendere di più. Scosse la fiaschetta. «A parte forse un altro po’ di liquore» disse, e il commento gli fece venire un altro accesso di risate e tosse secca.

Cappie rimise il tappo alla fiaschetta vuota e se la fece scivolare nella tasca interna del giubbotto di flanella. Rabbrividì. Fuori faceva freddo, stranamente freddo. L’aria gelata sembrava intrufolarsi sotto i suoi abiti e sulla sua pelle. Si allontanò di qualche passo dalla casa, piegando la testa all’indietro per guardarla. La struttura incombeva su di lui, la punta del tetto triangolare come una zanna che affondava nelle nubi purpuree del cielo sempre più scuro. La vernice bianca si staccava come pelle morta dal legno della casa, eroso dagli agenti atmosferici. Dalla base delle pareti spuntavano fitte le erbacce, che, ovunque potevano, scavavano nelle fondamenta di mattoni. Eppure, con tutto il tempo in cui era stata abbandonata, e trascurata, le finestre non avevano nemmeno una crepa. I pannelli di vetro erano rimasti intatti, riflettendo sulla loro superficie la luce di ogni giorno che era passato.