Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Quella casa lo rendeva nervoso. Non sapeva dire esattamente perché. Cappie non era un uomo superstizioso. Non credeva in Dio. Aveva sentito certi racconti su quella casa, però. Adesso che ci stava davanti gli sembrava… qual era la parola? Sinistra. Era questo. Se fosse stato più ubriaco, avrebbe giurato che quel posto aspettava qualcosa, e passava il tempo su ciò che restava delle grandi praterie di una volta.

Cappie si mosse, a disagio. Guardò l’orologio. Mancava un quarto alle sei. «Andiamo, Deke!» gridò. «Finisci e torniamo a casa! Tra poco tua madre inizia a preparare la cena!»

Nessuna risposta. Non il cigolio rabbioso dei chiodi estratti dal legno. Nemmeno un’imprecazione ogni tanto, per buona misura.

«Deke?» chiamò di nuovo Cappie. Niente.

Uno stormo di uccelli neri si alzò all’improvviso da un vicino boschetto di querce. Volarono in cerchio lungo il bordo del bosco, una volta, poi sbatterono le ali e si allontanarono nel buio. Dubbioso, Cappie fece qualche altro passo verso la casa.

Subito dietro alla porta d’ingresso, qualcuno ridacchiò. Non poteva essere Deke, però. La risata sembrava immatura, come quella di un bambino, ma aveva il peso di quella di un adulto.

Cappie era arrivato a qualche passo dalla veranda. Piegò la testa verso la porta chiusa, ma non sentì altri rumori. Con cautela, salì quei gradini sconnessi fino alla veranda che girava tutto intorno alla casa. Le assi imbarcate scricchiolarono sotto il suo peso. Gli scarponi da lavoro facevano un rumore sordo, mentre si avvicinava lentamente alla porta, e i suoi passi echeggiavano sotto la veranda.

Grossi rampicanti pieni di spine erano strisciati avvitandosi fino alla porta e intorno al pomello. Avrebbero dovuto rimuoverli già da ore, ma né Cappie né Deke avevano avuto fretta di avvicinarsi alla porta. Adesso Cappie li strappò via. Dietro alla porta qualcosa si mosse strascicando i piedi. La sentì prendere fiato, tremante. Qualunque cosa fosse, era eccitata. Non vedeva l’ora che entrasse.

«C’è qualcuno?» disse Cappie, e sentì la paura nella propria voce.

Le sue dita toccarono il pomello, e si fermò di nuovo.

Gli venne in mente un’immagine, dalle innumerevoli sere in cui aveva perso conoscenza davanti alla tivù: Bette Davis in Che fine ha fatto Baby Jane? Il suo viso da vecchia strega coperto di trucco bianco, nel pauroso tentativo di assomigliare a una bambola. Labbra nere che ghignavano sotto due occhi spalancati.

Cappie non voleva aprire la porta. Certo, poteva essere Deke che era entrato dal retro per fare uno scherzo al suo vecchio. Qualcosa però, dentro di sé – più profondo dell’affetto che provava per sua moglie e suo figlio, addirittura più profondo della paura che il rantolo nei suoi polmoni fosse il primo segno del cancro – qualcosa nel nucleo del proprio essere lo avvertì di non aprire quella porta.

Cappie, però, la porta l’aprì. Le diede una leggera spinta, e quella girò lentamente verso l’interno sugli antichi cardini.