Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Senza preavviso, l’intero cancello si liberò in un colpo solo. Era come se ogni spira di rampicante avesse mollato la presa nel medesimo istante. Cappie e Deke non ebbero il tempo di invertire la direzione del loro sforzo. Caddero entrambi lunghi distesi sulla schiena, e il cancello di due metri per tre gli finì sopra.
«Santa madre di Dio» sbuffò Cappie.
«Scusa» non riuscì a dire altro Deke.
Con cautela, fecero scivolare via il cancello e si alzarono in piedi.
«Gesù» bisbigliò Deke.
Davanti a loro c’era un cumulo di rampicanti che, solo alcuni attimi prima, erano stati assicurati al cancello, impedendo a qualunque visitatore di entrare nella casa sul Kill Creek. Oltre il cancello c’era un campo di erba alta, con i fili che ondeggiavano nella brezza leggera come file di soldati che bloccavano la strada a Cappie.
«Vuoi che prenda il decespugliatore?» chiese Deke.
Cappie quasi non lo sentì. C’era qualcosa, in quel tratto di campagna invaso dalle piante, che lo costrinse a fermarsi. Il vento soffiava verso est, ma l’erba sembrava piegarsi nella direzione opposta. Il suo movimento seguiva uno schema, come il tremolio del sonaglio di un serpente.
Cappie massaggiò il punto calvo che aveva dietro la testa e sbuffò di nuovo. Era passata un’ora buona dall’ultimo drink. Riusciva quasi a sentire la fiaschetta nella tasca del giubbotto che lo chiamava, che lo implorava di prosciugarla.
«Già» disse, alla fine.
Da quella distanza riusciva a vedere solo i piani superiori della casa, che si alzavano sopra l’erba alta.
Fece un passo, e superò l’apertura nella recinzione.
Con un fruscio, qualcosa sembrò scivolare sopra il suo piede. Cappie saltò all’indietro, aspettandosi un serpente dei ratti o forse, se era davvero sfortunato, un serpente mocassino.
Non c’era niente. Solo un fascio di steli di erba alta.
Il vento si alzò, e le piante che invadevano il terreno si abbassarono all’improvviso. Quello che era sembrato un passaggio impenetrabile, fino alla veranda, adesso era un percorso relativamente sgombro.
Era come se la casa avesse deciso di lasciar entrare Cappie.
Il rumore di Deke che accendeva il decespugliatore gli fece fare un salto di quasi mezzo metro. «Dio onnipotente!» gridò, ma Deke si era già messo d’impegno, con il ruggito del decespugliatore a benzina che copriva ogni altro suono. Doveva essere tornato al furgone a prenderlo.
Deke alzò il pollice e continuò a farsi strada in quella vegetazione rigogliosa, creando una radura nel campo di erba alta. Ciuffi di steli volavano in aria. Ci sarebbe voluto un po’, ma Deke avrebbe sgombrato la maggior parte del terreno davanti alla casa.
Era un incarico semplice. Rendere abitabile per qualche notte una casa abbandonata. Sgombrare il terreno. Pulire le stanze principali. Installare un generatore.
Cappie guardò mentre Deke arrivava ai gradini davanti all’ingresso. Deke spense il motore del decespugliatore. Si voltò e fece un cenno a suo padre.
Cappie rispose. Era il momento di mettersi al lavoro.