Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Si chiama Sid. Di recente ha rotto con il fidanzato e si sta seppellendo nel lavoro. Per via della sua giovane età, come per i molti piercing e tatuaggi, non viene presa sul serio dai colleghi. Una notte Sid scopre qualcosa che non si aspetta, a proposito del quadro.
Cosa, però? Cosa scopre?
Che sotto c’è un altro quadro. Il restauro, apparentemente semplice, prende una svolta inattesa. Adesso non restaura più; adesso rivela. Contro il volere del curatore del museo, Sid comincia a rimuovere il primo strato di pittura.
E cosa trova?
Un occhio. L’occhio di un dio. Freddo e crudele. E all’interno dell’occhio, i segni di una lingua antica, da tempo ritenuta perduta.
E cosa dice?
Dice che attraverso la sofferenza degli altri è possibile liberarsi, una volta per tutte, della propria.
Moore si era lasciata andare, in caduta libera, così in profondità in questo nuovo racconto che lo squillo del cellulare la fece sussultare come per una scossa elettrica. Le sue dita lasciarono la tastiera, la connessione ormai interrotta, e fece un passo indietro.
«Cazzo!» gridò.
Aveva il cuore a mille, il sangue che pulsava sensibilmente sotto la pelle nuda del seno sinistro. Prese il telefono dal tavolino di vetro che aveva alle spalle. Guardò il nome sullo schermo: Anaya Patel.
Lentamente, buttò fuori il fiato. Se proprio qualcuno doveva interromperla, era contenta che fosse Anaya.
Rispose alla chiamata.
«Allora?»
La voce piatta e senza emozioni della sua agente uscì dall’abisso del cellulare. «Allora penso sempre che stai facendo uno sbaglio.» Malgrado fosse nata a Los Angeles, Anaya aveva più di un’ombra dell’accento indiano dei genitori.
«Non volevo sentirmi dire questo, Anaya.»
Un sospiro distorto gracchiò all’orecchio di Moore. «Allora non mi hanno voluto dire più di quanto già sai» disse Anaya.
«Perché tutta questa segretezza del cazzo?»
«Perché è Wainwright. Gli piace giocare.»
More provò un momentaneo senso di disagio. Se ne liberò come di un insetto fastidioso. «Ed è una sola intervista. Dentro e fuori.»
Silenzio. Solo il basso crepitio mentre la chiamata rimbalzava da una cella all’altra.
«Questo me l’hanno detto. Non è proprio dentro e fuori» disse alla fine Anaya. «Hanno chiesto una disponibilità di due giorni e due notti.»
«Per un’intervista?» Moore piegò la testa di lato, chiudendo gli occhi. La sua nera criniera si stese sopra i seni. «Ho la sensazione che mi vogliano mettere in mezzo, Anaya. E sai che non mi piace trovarmi in mezzo.»
«Allora rifiuta.» Era quello che Anaya voleva. Aveva chiamato tutti i giorni, da quando Moore le aveva parlato del biglietto attaccato alla porta, con toni inutilmente drammatici. Il fatto che fosse comparso la stessa sera dell’imboscata di Moore al ristorante a West Hollywood serviva solo a rendere l’agente più scettica. Non era una buona idea. Non adesso. Adesso era il momento di ritirarsi e progettare il prossimo attacco, sotto forma di un nuovo bestseller di T.C. Moore.