Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

«Adudel aveva una foto di quando era andato a visitare la casa. A quel punto Rebecca era già morta. La donna nella foto insieme a lui però, quella che sosteneva di essere Rachel, aveva i capelli pettinati in uno chignon, proprio come li portava Rebecca. Io non credo…»

Bevve un sorso di caffè e raccolse le idee.

«Non credo che quella fosse Rachel. Credo che la casa avesse restituito le gambe a Rebecca. Le aveva dato quello che più desiderava, proprio come ha cercato di restituire la figlia a Daniel. Credo che la casa avesse ridato le gambe a Rebecca, e in cambio lei avesse rinchiuso la sorella nella camera all’ultimo piano. Secondo me, Rachel è morta in quella stanza, cercando di uscire.»

Erin non reagì in alcun modo. In quel momento, si era dimenticata perfino della tazza di caffè che aveva in mano.

«E perché lo avrebbe fatto?» domandò, alla fine.

Sam alzò le spalle. «Magari Rachel ci aveva ripensato, e non voleva più assecondarla nel piano di attirare qualcuno perché raccontasse le proprie esperienze nella casa. Forse non voleva che la casa diventasse più forte, e allora la casa fece una proposta a Rebecca, e lei accettò.»

In giardino, un piccolo stormo di uccellini era atterrato nella neve fresca, beccando tutto intorno in cerca di qualcosa di buono sotto quella polvere bianca.

«La sogno ancora, quella casa» le disse Sam.

Quella dichiarazione improvvisa colse Erin alla sprovvista. Tenne un po’ il caffè caldo sulla lingua e poi lo buttò giù, pensosa. «E secondo te, cosa vuol dire?» chiese.

«Niente» rispose Sam. Ed era la verità. Non c’era motivo di pensare qualcosa di diverso.

Sam rimase seduto da solo per un altro po’, a guardare i ghiaccioli che si scioglievano sotto la sporgenza del tetto.

Quando rientrò in casa, trovò Erin rannicchiata sotto una coperta sul divano di pelle, con un film in bianco e nero alla televisione.

«L’uomo ombra» lo informò. «Vuoi guardarlo? È appena cominciato.»

Sam guardò la tivù, dove Nick e Nora Charles si scambiavano frasi argute, e poi scosse la testa. «No, grazie. Non adesso. Voglio cercare di lavorare un po’.»

«Okay.» Erin lo guardò mentre saliva le scale in silenzio. «Vengo a chiamarti per pranzo.»

Al piano di sopra, nel suo studio, Sam si sedette alla scrivania, toccò il mouse e sentì il disco fisso del computer che iniziava a girare. Lo schermo si accese su una pagina bianca.

Per un attimo restò seduto con le mani in grembo, e lasciò che tutto il resto svanisse, finché non rimasero solo i ricordi della sua infanzia.

Era già a metà del primo paragrafo quando si rese conto di avere iniziato a scrivere. Non si prese nemmeno la briga di rileggere cosa aveva scritto fino a quel momento. Andò avanti, sapendo che forse quelle parole non erano perfette, ma erano quelle giuste.

Quando Erin salì per avvisarlo che il pranzo era pronto, lo sentì picchiettare sui tasti e se ne andò senza fare rumore.