Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Anche Wainwright fu ricordato, da infiniti post online e da una dichiarazione ufficiale del padre, che si dimostrò più coinvolto dalla promozione dell’impero dei tabloid di Donald Wainwright che dal dolore per la perdita del figlio. WrightWire cercò di tirare avanti ma, senza la guida e il sostegno finanziario del suo fondatore, diventò in fretta solo un altro luogo di incontro virtuale per gli appassionati del genere.
Sam rimase in ospedale solo per qualche giorno, e poi tornò a casa sua, a Lawrence, con la caviglia ingessata e il braccio al collo. Ebbe la piacevole sorpresa di trovare Erin ad aspettarlo. Lei ribadì che era venuta solo per accertarsi che si rimettesse in piedi (o, per meglio dire, in piede), ma dopo una settimana cominciò a fermarsi per la notte. Alla fine di agosto dormivano di nuovo nello stesso letto, e per il Labor Day l’intimità che Sam aveva creduto perduta per sempre era tornata.
Una notte, verso la fine di ottobre, vicino all’anniversario del primo viaggio a Kill Creek, Sam era scoppiato a piangere. Aveva bisogno di raccontarle tutto, anche se avesse significato perderla per sempre. Così, tra le lacrime che sembravano infinite, le aveva raccontato della casa, e poi di sua madre. Che decidesse di credergli o no, era tutta la verità, perfino nei dettagli più oscuri. In silenzio, Erin aveva assorbito il suo racconto per quella che era parsa un’eternità. Poi l’aveva preso tra le braccia. Sam sapeva che non era la fine della sua redenzione, ma solo l’inizio. Ci sarebbero voluti mesi, se non addirittura anni, prima che il passato potesse dirsi davvero tale.
Sam guardò il caffè che faceva girare nella tazza, come un vortice marrone. Qualche fiocco di neve cadde nel liquido caldo e sparì immediatamente.
«Che succede, Sam?» domandò Erin.
Lui aggrottò le sopracciglia. «È solo una cosa che mi gira in testa» disse, senza aggiungere altro.
Erin tolse con la mano la neve dalla panchina accostata alla ringhiera della veranda, e si sedette. Gli mise una mano sul ginocchio. «Che cosa c’è?»
Diglielo.
«È solo… solo che c’è qualcosa che non mi torna, da quel giorno.»
Erin bevve un sorso di caffè, con il vapore che saliva intorno al suo viso arrossato, ma non disse niente.
«Quand’ero in quella camera, all’ultimo piano» continuò Sam, «c’erano dei segni sul muro. Sul soffitto. La sedia a rotelle era tutta piegata, come se qualcuno l’avesse usata per cercare di aprirsi una via d’uscita, con la forza.»
Un altro fiocco di neve gli cadde nel caffè. La sua geometria perfetta si sciolse in un batter d’occhio.
«Era la stanza di Rebecca, ma lei stava sulla sedia a rotelle. Non avrebbe potuto farlo.»
«Che vorresti dire?» chiese Erin.
Sam sospirò. Sapeva che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere. Per il suo bene, e per quello di lei, doveva consegnare tutto al passato. Ma non poteva. Non ancora.