Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Nessuno di loro avrebbe potuto immaginare che tornare alla casa avrebbe fatto perdere il lume della ragione a quel poveretto, ma lui l’aveva perso, e aveva assalito con violenza e ucciso gran parte del gruppo, con un’accetta che aveva trovato chissà dove nella casa. Sam era riuscito a nascondersi nell’intercapedine, e a quel punto Daniel aveva usato il carburante di scorta del SUV per dare fuoco alla casa, probabilmente nel tentativo di costringerlo a uscire. Aveva funzionato. Sam era riuscito a tirare fuori dalla casa Moore, anche lei vittima dell’aggressione, ma solo per trovare Daniel che li aspettava sul davanti. Ne era seguita una colluttazione e, se Sam non gli avesse tolto di mano l’accetta, dubitava che sarebbero sopravvissuti.
Era la stessa storia che avrebbe raccontato Moore, identica in ogni dettaglio, e quando tutti i cadaveri furono recuperati le prove sembrarono corroborare le loro dichiarazioni. La moglie di Daniel e il suo pastore potevano testimoniare sul fatto che, dalla morte di Claire, l’uomo era sprofondato in un’implacabile oscurità.
Sam si sentiva in colpa, per aver scaricato la responsabilità di tutto su Daniel, ma era la verità, perlopiù. Ancora più importante, era la verità che bisognava dire. I giornalisti, ovviamente, andarono a nozze con il fatto che il cognome di Daniel fosse Slaughter, uno dei tanti modi per indicare un massacro. Ogni titolo era più salace del precedente, finché perfino gli articoli dei giornali divennero vere e proprie storie di fantasia.
Qualche mese dopo, quando Sam era ormai passato dalle prime pagine a poco più di una nota sul “Lawrence Journal-World”, la vita cominciò a tornare a un vago accenno di normalità. La caviglia e la clavicola guarirono, almeno quanto era lecito aspettarsi. Zoppicava ancora un po’, e nei giorni di pioggia il piede gli faceva male come un figlio di puttana, ma spesso se ne accorgeva solo lui.
Moore passò due settimane intere in ospedale. L’accetta le aveva devastato l’addome, ma chissà come la lama era scivolata tra le spire dell’intestino tenue, evitando per miracolo qualunque lesione interna che potesse metterla in pericolo di vita. Qualche punto qui, qualche graffetta là, e Moore fu sulla via del recupero. In senso fisico, almeno. Era diventata stranamente silenziosa. Nessun commento scurrile. Nessuna battuta sarcastica. Sembrava che l’esperienza avesse cambiato lei più di tutti.
Sebastian fu ricordato su infinite riviste e quotidiani come l’influente scrittore che era davvero stato, ma in capo a due settimane, un attore famoso morì quando il suo bimotore Cessna precipitò nella California settentrionale, e dunque i professionisti del cordoglio di tutto il mondo rivolsero in fretta i volti rigati di lacrime alla nuova tragedia. Qualcuno parlò di un manoscritto perduto, di un ultimo romanzo di Sebastian Cole, ma fino a quel momento non era stato ritrovato nessun documento del genere.