Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Salendo a passi felpati la scala a chiocciola per il pianoterra, Moore attraversò il soggiorno fresco ed elegante della sua casa sulle Hollywood Hills fino a dove un piedistallo incernierato si alzava dal pavimento come la costola di un dio robotico. Aprì il portatile, che teneva su un ripiano di acciaio corrugato. Per le due ore successive scrisse, con il corpo nudo baciato dal sole del primo mattino. Era il suo rituale pagano, scrivere nuda mentre le ultime stelle venivano allontanate con la forza da un cielo sempre più azzurro. Dormiva a malapena, tre o quattro ore al massimo. Ogni momento di veglia era dedicato a una necessità primaria: mangiare, bere, scopare, allenarsi, scrivere. La sua mente era come una serie di trappole collegate da un meccanismo complicato; appena una scattava, se ne preparava un’altra.

Ogni giorno provava ad attenersi alla stessa severa routine. Tre ore di scrittura, senza interruzioni, senza eccezioni. Un’ora per il pranzo. Almeno altre quattro ore di lavoro nel pomeriggio. La maggior parte degli scrittori potevano ritenersi fortunati se producevano dieci pagine al giorno. Quando la sua routine non veniva disturbata, Moore non mancava mai di aggiungere venti pagine al suo ultimo romanzo. Se lavorava a una sceneggiatura, il totale non era mai inferiore a trenta. Moore non soffriva mai di blocco dello scrittore. Quello era per i deboli, pensava, gli indisciplinati. Paragonava la scrittura in prosa al sesso. Era qualcosa di crudo. Di ruvido, di violento. E, finché era soddisfatta, non le importava di nient’altro. I lettori dovevano alimentarsi della sua forza, altrimenti sarebbero stati messi da parte. Se non riuscivano a gestire le sue storie, lei non aveva bisogno di loro. Che si rannicchiassero sulle loro poltrone con quelle vecchie, decrepite stronzate che scriveva Sebastian Cole.

L’incessante picchiettare delle dita di Moore sulla tastiera era il rumore di uno scroscio di pioggia, come se una nuvola nera si fosse aperta proprio nel soggiorno.

Oggi era un giorno speciale. Oggi segnava l’inizio di un nuovo romanzo.

’Fanculo Tagli. ’Fanculo Gary. ’Fanculo Tanner e Phillip. ’Fanculo la casa cinematografica e il suo avvocato e ogni altro, patetico piccolo uomo che la voleva a quattro zampe.

Se li sarebbe lasciati tutti alle spalle. Erano già poco più di paracarri confusi nel suo specchietto retrovisore.

Le parole correvano sullo schermo del computer, mentre le particelle elementari di una storia si scontravano nel suo cervello.

Le era venuta come facevano quasi tutte le sue storie, con una singola immagine che di colpo prendeva vita. Era l’immagine di un quadro in un museo. Come per i suoi altri racconti, Moore aveva iniziato a farsi delle domande.

Che ha di tanto speciale questo quadro?

Il quadro lo sta restaurando una donna.

Chi è?