Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sebastian sentì qualcosa che gli tirava la mente, come due dita che tirano un filo sciolto, minacciando di scompaginare i suoi ricordi.
Sam era chino sopra Moore, mentre le mani sudate di lei tiravano il mattone, facendolo uscire dal muro un centimetro dopo l’altro.
«Tiralo fuori!» abbaiò lui.
«Ci sto provando!»
«Lascia fare a me!»
«Ce l’ho, McGarver! Ce l’ho!»
Moore aggiustò la poca presa che aveva, con le dita che scivolavano mentre agitava il mattone avanti e indietro, cercando disperatamente di liberarlo. Era proprio al centro del muro.
Se riusciamo a tirare fuori questo, pensò Sam potremmo infilare un palanchino. Potremmo togliere altri mattoni. Tirare giù questo muro del cazzo.
Nel guardare gli tremavano piano le mani, le dita scosse da spasmi mentre Moore cercava di togliere il mattone.
«Mettici intorno quelle dita del cazzo e tira!» disse, cedendo all’impazienza.
«Sam, e secondo te cosa sto cercando di fare? Ho due centimetri per lavorare. Sta’ indietro, Okay?»
Sam fece come diceva. Si guardò intorno, rendendosi conto per la prima volta che erano completamente soli. «Dove sono gli altri? Dov’è Sebastian?»
«Fantastico» scattò Moore. «Stiamo per aprire la tomba di Tutankhamon e loro battono la fiacca.»
Sentirono il rumore ruvido del mattone che grattava sul cemento. Sam sbirciava da sopra la spalla di Moore mentre quel blocco rosso tutto scheggiato veniva fuori di un altro paio di centimetri. Era sufficiente a stringerlo bene da ogni lato. Piantando un piede contro la base del muro, lei si piegò all’indietro. Sentiva che Sam era là, pronto a interrompere la sua caduta se il mattone fosse scivolato fuori di colpo. Con un respiro profondo, si spinse lontano dal muro, con il mattone tra le mani.
Non c’era timore di cadere; il muro concedette qualche altro centimetro, ma ancora si rifiutava di lasciare andare il mattone.
«Merda!» abbaiò Moore.
Lasciò la presa proprio quanto bastava per asciugarsi le dita bagnate sui pantaloni. Mentre lo faceva, il mattone cominciò a tremare, spinto di nuovo indietro nel muro da una forza invisibile. Le mani di Moore gli furono subito di nuovo intorno, tirando disperatamente, cercando di non perdere terreno. Ogni strattone veniva replicato dall’altra parte, mentre qualcosa tentava di impedire al muro di venire giù.
«Prendimi per le spalle» gridò lei.
Sam obbedì, afferrando bruscamente Moore.
Lei gli diede le istruzioni, alzando la voce fino a gridare. «Al mio tre, tira più forte che puoi. Io farò lo stesso. Uno.» Piantò il tallone sul gradino più alto, con la punta della scarpa premuta contro il muro. «Due.» Le vene delle mani si gonfiarono, le punte delle dita bianche come ossa. Le strinse intorno al mattone, prendendolo come in una morsa. «Tre!»