Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Si alzò dal letto, con la mano sulla pediera per tenersi in equilibrio. Lentamente, andò verso il bagno e ci entrò. Fece scattare l’interruttore, ricordando che non c’era elettricità solo quando la lampadina non reagì. Il bagno era un bozzolo d’ombra, e l’unica luce era quella che entrava dalla porta aperta.
Stringendo il lavandino con entrambe le mani guardò il proprio riflesso nello specchio. Era un profilo scuro, privo di lineamenti contro la luce della camera.
«Perché sei qui?» domandò alla sagoma informe davanti a sé.
Sapeva già la risposta, malgrado l’intensità con cui avrebbe voluto evitarla.
Perché so che era tutto sbagliato. Perché so che non era davvero Richard.
Era la casa.
Per questo motivo, dopo aver scritto l’ultima pagina del suo libro, aveva guidato per quattro ore fino a Brooklyn per andare a trovare il dottor Adudel. Doveva scoprire cosa gli stava succedendo davvero. Forse qualunque cosa si annidasse nella casa si immedesimava con Sebastian. Dopotutto, erano entrambi vecchi, ed entrambi venivano lentamente dimenticati. Forse la casa non faceva niente di cattivo. Forse stava cercando di aiutarlo. Si recò a casa di Adudel tre volte, prima del giorno in cui arrivarono gli altri. Soltanto allora Sebastian ebbe la sua risposta.
Sono io il cantastorie.
«Non l’ho mai chiesto» disse al suo sé senza volto.
«Non hai dovuto chiederlo» rispose una voce dal buio alle sue spalle. «Sei stato scelto.»
Lo specchio adesso rifletteva una seconda figura, un’ombra tra le ombre. Si avvicinò.
Sebastian chiuse forte gli occhi. «Lasciami in pace» pregò.
Sentì delle dita sfiorargli il collo.
«Ti ho dato tutto ciò che volevi» disse Richard. «Ma posso riprendermelo. Se non te ne vai. Vattene da questo posto. Adesso.»
Non è Richard.
«Torna a casa, Sebastian. Torna a casa, amore mio.»
Non è lui!
Sebastian riaprì gli occhi.
Davanti a lui non c’era uno specchio ma una finestra, e attraverso quella finestra vide le assi di legno imbarcate poggiate sul terreno del bosco, e accanto la sagoma di Wainwright ripiegata su se stessa. Vide il seminterrato, con l’acqua che arrivava alle ginocchia, e nell’acqua scura il corpo di T.C. Moore che galleggiava. Vide il corridoio, fuori da quella stanza, e a terra, scomposto, c’era Sam McGarver, il viso e il torso feriti, una pozza di sangue scuro che gli si allargava intorno. Vide il terreno davanti alla casa e le luci lampeggianti dell’auto della polizia, mentre i proiettili facevano a pezzi Daniel Slaughter.
Vide se stesso, a casa nel suo giardino, con Richard al fianco.
«Vattene da questo posto» ordinò Richard.
Sebastian rimase a bocca aperta e si allontanò con una spinta dal lavandino, e dallo specchio.
Lo specchio. È solo uno specchio.
Era così. Un semplice specchio sul lavandino a piedistallo, che rifletteva il suo viso sotto quella luce fioca.
Sembrava così vecchio. Il colore che aveva scaldato le sue guance non c’era più. Macchie epatiche facevano capolino attraverso capelli sempre più fragili e radi.