Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sam guardò l’oggetto che aveva in mano. Era un martello. Era sempre stato un martello, con la testa scalfita dai colpi assestati a quei mattoni.
In fondo alle scale, Moore stava parlando con Sebastian, che era nel corridoio, lontano dalla sua vista. La donna si tolse la polvere con entrambe le mani dai lati del cranio rasato e uscì dall’alcova.
Sam rimase da solo.
Fu allora che la sentì: una voce attraverso il muro. Si voltò e fissò i mattoni.
Era una voce di donna, attutita dalla barriera che li separava.
«Sammy?»
Sentì un colpo di vento, e lui fu di nuovo in cucina, nella casa della sua infanzia, con il temporale che infuriava sopra di loro, suo fratello e sua madre che litigavano, sua madre spaventosa e ubriaca che gridava parole disgustose, le parole più brutte della lingua inglese. Il piccolo Sammy era vicino alla stufa, impietrito, e guardava senza poterci fare niente la madre che all’improvviso colpiva Jack, lo schiaffeggiava così forte da farlo cadere a terra. In un attimo la madre si lanciò sul figlio, gli si mise a cavalcioni, con le mani intorno alla gola. Diceva quello che aveva detto già tante volte quando era ubriaca, che avrebbe voluto non averli mai avuti, che le avevano rovinato la vita, che erano la sua maledizione. Le avevano tolto la gioia di vivere. Non meritavano altro che infelicità. Quelle parole però non erano mai sembrate più forti, più reali. Jack strabuzzò gli occhi, incredulo. Le sue labbra chiedevano aria, in modo frenetico. Non respirava. Sua madre voleva essere sicura che non ci riuscisse. Proprio come gli aveva dato il respiro, adesso progettava di toglierglielo. Lo avrebbe ucciso.
E poi c’era Sam, che a dieci anni guardava sua madre strangolare suo fratello. Il suo amatissimo Jack, che gli aveva insegnato a lanciare a baseball e a fumare. Suo fratello, che gli dava soprannomi e baci e gli infilava le dita bagnate di saliva nelle orecchie; suo fratello, che lo difendeva quando i ragazzi più grandi lo chiamavano femminuccia e finocchio.
Suo fratello che, adesso, lo guardava disperato con gli occhi fuori dalle orbite. I vasi sanguigni rotti scomponevano il bianco di quegli occhi in frammenti di vetro colorato di rosso.
Poni termine alle sue sofferenze, lo imploravano. Poni termine a questa sua vita terribile, che lei odia tanto. Falla finita. Uccidila.
Uccidi nostra madre.
Il volto di Jack era ormai color porpora.
Sam cercò l’oggetto più vicino, e le sue dita trovarono il manico della padella di ghisa.
La fece oscillare. Nell’attimo in cui calò il braccio, seppe che il colpo era troppo forte. Il tonfo sordo del metallo sul cranio era il suono più terribile che avrebbe mai udito. Sfondò la nuca della madre. Il sangue schizzò sul viso del piccolo Sammy McGarver.
Sam fissò inorridito la padella di ghisa coperta di sangue e materia cerebrale che aveva in mano. L’impatto gli riverberava ancora nel braccio e fino alla spalla.