Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Dal bordo della scatola, dove il coperchio era incardinato al resto, Daniel vide spuntare qualcosa di bianco. Gli diede un leggero strattone. Era di carta, spessa e lucida. Il cuore accelerò i battiti; quell’euforia, così inattesa, sembrava scorrergli nelle vene. Ogni nuova scoperta in quella stanza apparteneva a lui e a lui soltanto. Mentre gli altri picchiavano come degli ossessi dall’altra parte del muro, Daniel era dentro. L’ingresso a quel luogo segreto era stato concesso solo a lui.

Stringendo con le dita i lati del portagioie, sollevò il vassoio interno. Sotto trovò un fascio di immagini, in bianco e nero, con la qualità sgranata che rimandava agli albori della fotografia. Erano immagini, prese a sua insaputa, di una donna dai capelli bianchi, con gli occhi offuscati dalla cataratta e la bocca socchiusa, come se volesse parlare. Era seduta a un tavolino tondo, e teneva per mano un uomo e una donna ai suoi fianchi. Loro la guardavano ansiosi, in attesa.

Una medium, pensò Daniel. Questa è una seduta spiritica.

C’erano solo quattro immagini, tutte prese dalla stessa angolatura, e ciascuna coglieva lo stesso momento, con davvero poco tempo tra uno scatto e l’altro. In ogni foto successiva, un sinuoso filo di fumo spuntava sempre più evidente dalla bocca della vecchia, e si allungava sopra al tavolo come un braccio spettrale.

Daniel girò l’ultima immagine. A matita, in basso, a lettere piccole e ben marcate, era scritto: “Nonna”.

Da quale strana stirpe provenivano le sorelle Finch? Per loro trovare quella casa, un luogo con un simile potenziale, doveva essere stato terribilmente eccitante. Vivere sotto quel tetto, percorrere giorno e notte quei corridoi: certo non ci avevano messo molto a rendersi conto di cosa possedevano. Imbrigliare quell’energia doveva essere diventata la loro priorità, per svegliare l’entità addormentata che le chiacchiere e le dicerie avevano invitato a entrare.

Daniel rimise le foto nel nascondiglio segreto e mise a posto il vassoio interno del portagioie. Richiuse il coperchio, e il motivo classico del carillon si interruppe all’istante.

Sentì qualcosa cigolare alle sue spalle. La sedia a rotelle, che veniva spinta leggermente avanti. Sentì anche il lieve raschiare di scarpe sul pavimento, mentre qualcuno spostava i piedi. A un tratto Daniel provò la sensazione opprimente di avere qualcuno fermo dietro le spalle, che lo guardava, e aspettava che si voltasse. Sentì un paio di occhi su di sé. Ascoltò attentamente, e credette di sentire il fiato di qualcuno che respirava.

Stringendo le mani a pugno, preparandosi a un confronto, si voltò di scatto. Subito però rilassò i pugni. Il cuore sussultò, all’improvviso, come una puntina che graffiava un disco deformato.