Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
L’ironia era quasi tangibile, quando Daniel uscì tranquillamente dall’ascensore ed entrò nella stanza. Si sentiva come un astronauta su un pianeta lontano, il primo uomo a mettere piede in territorio alieno.
Come il resto della casa, la camera all’ultimo piano era immacolata. Passò un dito sulla superficie di una pesante cassettiera d’acero. Nemmeno un granello di polvere.
Alla sua sinistra c’era un’unica finestra, con un vetro non più grande di sessanta per novanta centimetri. Eppure, la luce che entrava era accecante, un raggio giallo e caldo dalla lucentezza ultraterrena.
L’anno prima, non aveva forse visto delle assi sopra quella finestra? Di sicuro se le era immaginate. Le pareti da entrambi i lati del telaio erano perfettamente lisce, senza nemmeno i fori dei chiodi.
Sotto la finestra c’era un letto matrimoniale, con un copriletto cucito a mano. Accanto al letto era parcheggiata una sedia a rotelle, abbandonata, con la sua occupante ormai svanita da tempo.
Daniel respirò quell’aria. Era così pura che sembrava impossibile. Come in cima a una montagna. L’aria fresca e frizzante che si poteva trovare alle quote più alte, molto al di sopra del limite degli alberi. Quella limpidezza lo rendeva euforico, gli stuzzicava i polmoni come un accenno di brina.
Lungo la parete alla sua destra c’era una mensola di legno coperta di foto incorniciate. Ogni cornice era voltata perché non guardasse verso la stanza. Con attenzione, Daniel girò la prima. C’era una fotografia in bianco e nero di due ragazze, di circa otto-nove anni, con i vestiti identici stampati a fiori e i capelli neri pettinati in una coda di cavallo. Erano l’una l’immagine speculare dell’altra, fino all’espressione arcigna.
Daniel girò la cornice successiva. La fotografia cominciava a ingiallire e sbiadire. Erano di nuovo le ragazze, ormai donne, superata la trentina, a fianco di un uomo molto vecchio con il volto screpolato come il cuoio ed eroso dagli agenti atmosferici. Doveva essere il padre.
La terza fotografia era più familiare: ancora le sorelle, in posa davanti alla casa sul Kill Creek. Una di loro adesso era sulla sedia a rotelle; il misterioso incidente doveva essere successo nell’intervallo tra la seconda e la terza foto. Erano le sorelle Finch. Rachel e Rebecca.
Daniel si addentrò nella stanza. Il raggio di sole che entrava dalla finestra cadeva, caldo e luminoso, su un portagioie d’argento. Daniel alzò il coperchio, e subito ne uscì una musica metallica. Riconobbe Bach, anche se non riusciva a distinguere quale concerto. Mentre quel motivo suonava, guardò dentro al portagioie. Era rivestito di velluto rosso, dalla porzione superiore pendevano diverse collane, e nella sezione inferiore c’erano degli anelli in alcuni scompartimenti. Non erano gioielli vistosi: niente diamanti o pietre preziose. Erano quasi tutti d’argento, anche se nemmeno uno di quei pezzi era macchiato. Erano ancora lisci e splendenti come se li avessero lucidati solo qualche attimo prima.