Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
“Ci vollero quattro persone per sollevare la lapide sbiancata dal sole nel campo dietro alla casa di Keller Reed.”
“Sarah Ann fissò il proprio riflesso nello specchio e aspettò che facesse la prima mossa.”
“Alle tre e un quarto del mattino, nel giorno del suo sedicesimo compleanno, Sarah Ann Baker tornò a casa a piedi, incespicando, e notò il volto pallido che la guardava dalla finestra di camera sua.”
“Per tradizione, i pescatori inchiodavano la testa del pesce più grosso a un palo del telefono di River Road, ma la testa che lo sceriffo Beaumont stava fissando non apparteneva a un pesce gatto: apparteneva a Sarah Ann Baker.”
“La bambola non era più dove l’aveva lasciata la sera prima.”
E poi, forse la frase più ispirata di Sam: “Sam, come scrittore fai schifo, e non scriverai più niente di cui importi a qualcuno, perché sei un ciarlatano e i tuoi libri un mucchio di merda”.
Eppure eccolo lì, un’altra serata trascorsa a fissare una pagina bianca.
In alto, su una mensola incassata, la lancetta dei minuti di una sveglia di metallo si avvicinò ulteriormente alle due del mattino.
Sonno. Aveva bisogno di sonno. Alle dieci doveva fare lezione, e le cinque birre che aveva bevuto gli avrebbero reso ancora più difficile scuotersi di dosso la nebbia della stanchezza.
Blink, blink, blink.
Sam poggiò le dita sulla tastiera, con leggerezza e determinazione, come se le poggiasse sulla planchette di una tavola Ouija.
Blink, blink, blink.
Aveva una riserva di altre storie, frammenti scritti su pagine di blocchi per appunti, scarabocchiati su tovagliolini di carta, riposti nei recessi della sua mente. Molte di queste storie si aggiravano furtive negli stessi territori dei suoi quattro romanzi già pubblicati: Sotto il tappeto, Luna color cremisi, Grida più forte e Cattivo sangue, i libri a cui spettava il posto d’onore sullo scaffale, proprio sotto alla maledetta sveglia che non voleva smetterla di ticchettare verso l’alba. Poteva cambiare marcia, prendere un’altra idea e farle fare un giro di prova, vedere se riusciva a buttar giù qualche pagina. Non doveva scrivere chissà cosa. Non doveva scrivere nemmeno qualcosa di buono. Gli serviva solo quello che i suoi lettori adesso si aspettavano da un libro di Sam McGarver: uomini che lavoravano sodo e bevevano con ancora più impegno, le donne che li amavano, e una cosa indescrivibile in agguato proprio sotto la superficie della loro perfetta cittadina del Midwest.
Ribalta tutto, pensò. Cambia direzione. Scrivi qualcosa e basta. Qualunque cosa. Scrivi un paragrafo del cazzo. Una frase. Una parola!
Blink, blink, blink.
«Dentro di te hai una storia migliore.»
Sam, senza fiato, si girò sulla sedia.
L’aveva sentita. Una voce. Un’eco dal corridoio.
La porta della stanza era come un monolito, nero e vuoto.
Non c’era nessuna voce. Non c’era nessuno.
Era solo.