Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Come un attimo fa, quando hai pensato che volessi tentare un approccio con te.»
Moore premette la punta del coltello contro il suo dito, appoggiandola proprio sotto all’unghia perfettamente curata.
«E adesso sto per infilare un coltello da bistecca sotto alla tua unghia del cazzo.»
Moore spinse leggermente in avanti il coltello, affondando la punta nella carne morbida. Una puntina di sangue sbocciò sotto l’unghia.
Un suono terribile, come il guaito terrorizzato di un cucciolo preso a calci, sfuggì dalla bocca aperta di Gary. Ritrasse la mano di scatto, e Moore lo lasciò fare, allentando la presa sul dito.
Tanner si lanciò sul tavolo, Moore però aveva già posato il coltello ed era scattata in piedi.
«Troia!» sibilò Gary. «Pazza troia del cazzo!»
Tutto il ristorante si fermò, e tutti gli occhi si posarono su Moore e i tre uomini al tavolo.
«Grazie per la cena, Gary. È stato un vero piacere.» Si mise in spalla la tracolla a catena d’acciaio della borsa, con i capelli neri che si arricciavano intorno agli anelli come i viticci di una pianta intelligente.
Puntò un’unghia d’argento verso il tascabile sul tavolo.
«Puoi tenere il libro» disse. «Magari ti viene perfino voglia di leggerlo.»
«Con noi hai finito, mi senti?» Il corpo di Gary ansimava di rabbia.
Moore, però, stava già spingendo la porta, per entrare nell’aria ancora calda di una sera d’inverno in California.
I fari disegnarono strisce di luce sulla facciata della casa in cima alla collina, illuminandone la facciata moderna e inflessibile della metà del secolo, in cemento e vetro.
La Maserati GranTurismo cromata sfrecciò sul vialetto, per poi fermarsi di colpo facendo stridere le gomme.
Il motore si era appena spento quando Moore uscì dal lato del guidatore. Tremava, con il corpo scosso da spasmi incontrollabili. Quando aveva lasciato il ristorante stava bene, con le mani salde sul volante. Più era salita sulle Hollywood Hills, però, più si era avvicinata a casa, più aveva cominciato a tremare. Se la sua casa fossa stata un isolato più in alto lungo quella strada stretta e tortuosa, aveva paura che le sue mani tremanti l’avrebbero fatta volare oltre il ciglio della strada nel canyon sottostante.
Adesso però era a casa. Al sicuro.
Allora perché tremo ancora come un chihuahua del cazzo?
La sensazione la riempì di rabbia, e un’esplosione di adrenalina le scorse nelle vene. Sentì il cuore che pulsava furiosamente nel petto.
Respira, ordinò a se stessa. E lo fece, riempiendosi i polmoni dell’aria sempre più fresca della notte.
Cominciò a tranquillizzarsi. Le sue mani smisero di tremare, seguite dal resto del corpo.
Per un intero minuto, Moore restò ferma sul bordo del vialetto, limitandosi a respirare.
Dentro, fuori. Dentro, fuori.
Okay, pensò.
Okay.
Aveva ripreso il controllo. Il panico, per il momento, era sconfitto. «Brutta stronza, devi darti una calmata» disse rivolta a se stessa, ridacchiando al suono della propria voce.