Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti
Document

«Lei è bruciata nell’incendio. Ma non ci è morta.»

Sam guardò le lacrime che iniziavano a scorrere sulle guance di Moore, poi arrivarono anche le sue, traboccando, cadendo dal bordo della mascella sulla pelle deformata del braccio sinistro.

«E lo sa. Qualunque cosa sia, lo sa.»

Sam pensò al cadavere della madre, immobile sul pavimento della cucina. Pensò alla salvezza che aveva trovato in un romanzo di Sebastian Cole, il terzo tascabile dall’alto di una pila sullo scaffale di un banco dei pegni. Pensò alla vita che quelle due cose avevano creato, una vita di storie e di segreti, una vita che aveva allontanato Erin e lo aveva reso abbastanza disperato da accettare l’invito di Wainwright alla casa sul Kill Creek.

All’improvviso, il momento in cui si trovava gli sembrò inevitabile, predestinato.

L’aereo perse quota bruscamente. Stavano iniziando la discesa.

Presto sarebbero atterrati.

Ventisette

11:32

La ferramenta era in Quivira Road, a Lenexa, Kansas, un raro negozio a conduzione famigliare che si rifiutava di cedere il posto alle molte catene che popolavano Kansas City e i sobborghi.

Sam era in testa al gruppo.

Ha una missione, osservò Moore, mentre accelerava per tenere il passo.

Era stato Sam, dopotutto, a escogitare il piano. Mentre l’aereo scendeva verso il Kansas City International Airport, aveva riunito i compagni. Ciascuno dei loro romanzi si era interrotto davanti a un muro. Un muro di mattoni. Esattamente come quello che impediva a chiunque di entrare nella camera all’ultimo piano della casa delle sorelle Finch. Doveva pur esserci un motivo, insistette Sam. Se volevano comprendere davvero la casa e il suo potere, la chiave poteva trovarsi dietro a quel muro. E se lo avessero capito, forse potevano fermarlo.

Wainwright era scettico, e non ebbe timore a dirlo. «La casa vi ha costretto a scrivere quelle storie. Magari vuole che voi – che noi – torniamo. Potrebbe essere una trappola.»

«E allora che facciamo?» La domanda di Sam non era rivolta solo a Wainwright ma all’intero gruppo. «Torniamo a casa? Lasciamo che questa cosa ci faccia impazzire? O peggio? Sappiamo cosa ha fatto a Kate. Abbiamo visto cosa ha fatto ad Adudel. Non possiamo rivolgerci a nessuno. Chi ci aiuterebbe? La polizia? La Chiesa? L’unico che sapeva quasi tutto sulla casa è finito sotto un autobus del cazzo.»

Si era fermato, aspettando che qualcuno di loro protestasse. Non avevano detto niente.

«Se qualcuno ha un’idea migliore, credetemi, mi piacerebbe molto sentirla.»

Il fischio delle ruote del jet che toccavano la pista era stata l’unica risposta.

Dunque, come Wainwright, Daniel e Sebastian, Moore seguì Sam mentre spingeva il carrello per le strette corsie della ferramenta.

La loro conversazione privata sull’aereo sembrava avere liberato Sam di un peso che aveva portato per tutta la vita. Moore vedeva che, per il momento, si godeva una piccola tregua dal fardello opprimente di dover mantenere il segreto. C’era slancio, e di quello lei era grata. Sei mesi di stasi, di reclusione passata a scrivere un libro infinito, l’avevano fatta sentire come non succedeva da vent’anni: impotente. Adesso erano passati al contrattacco.