Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Si stava voltando per scappare quando qualcosa arrivò come un lampo dallo spazio tra i gradini e la colpì alla caviglia sinistra, mordendole a fondo la carne. Sentì il rumore delle ossa che si spezzavano, ma era troppo tardi per arrestare quel movimento. Il peso del suo corpo ricadde sul piede sinistro, e lo schiocco della caviglia che si spezzava di netto in due le scatenò un’ondata di nausea. Ruggì dal dolore, con le mani che annaspavano nel buio mentre perdeva l’equilibrio, vacillava all’indietro, e la caviglia spezzata si piegava in un angolo innaturale.

Stava cadendo. Di nuovo giù per le scale. Di nuovo verso quella cosa morta e decomposta che aspettava sul pavimento del seminterrato. Sentiva quella risatina terribile che si alzava di nuovo, e insieme l’umido gracchiare dei polmoni pieni di catarro.

La sua spalla destra colpì il terreno per prima, sbattendo contro il cemento, e sentì la testa dell’omero che usciva dalla scapola. Quando il corpo finì sul braccio slogato il muscolo si strappò. Il dolore era straziante, e per un attimo la distrasse dal pulsare al calor bianco della caviglia. Le uscì un lamento, per la paura, e, anche se disgustata dalla debolezza che ci sentiva, non riuscì a fermarsi.

T.C. Moore aveva scritto del terrore assoluto. I suoi personaggi si trovavano spesso torturati da esseri simili a dèi provenienti da altri mondi, che toglievano loro la pelle con le pinze, staccavano le unghie e profanavano tutti gli orifizi nei modi più indicibili. Aveva assaporato le sofferenze dei suoi sventurati eroi, convincendosi che ci fosse un punto in cui il dolore incontrava il piacere. Insisteva che era questo che significava essere davvero vivi, quella sensazione di agonia trasformata in estasi. Quello che i fan di Moore non sapevano era che lei non aveva mai sperimentato un simile momento di trascendenza. Aveva subito i terribili pugni del suo ex ragazzo, che una volta era arrivato a romperle la pupilla dell’occhio. Non aveva mai sconfinato nel piacere. Il dolore restava dolore. Non aveva niente di meraviglioso.

Il dolore che conobbe sul pavimento del seminterrato andava al di là di qualunque cosa avesse mai immaginato. Le accecò la mente, riempiendola di un intenso lampo bianco anche mentre l’oscurità circostante la soffocava. Il braccio le pendeva inutile su un fianco, il piede era così piegato contro le ossa rotte che le sporgeva dalla gamba a un angolo di novanta gradi. Tutto il suo corpo sembrava pulsare, con i battiti accelerati del cuore imprigionati nel braccio gonfio e nella gamba come un alveare di api arrabbiate che le martellava la carne per uscire. Sentiva qualcosa di umido sulla caviglia, usciva dalla ferita aperta dove qualcosa l’aveva tagliata.