Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Eli appoggiò la birra sulla ringhiera della veranda e alzò le spalle. «Guarda, non è una cosa così assurda. È ovvio che la gita sul Kill Creek ha ispirato entrambi i libri. La casa. La sua eredità soprannaturale. La porta murata. Voglio dire, è strano che siano così simili, ma non è impossibile che, da un punto di vista creativo, vi ritroviate a percorrere lo stesso sentiero. Ciò che mi preoccupa è come questo processo ti sta influenzando personalmente. E anche Moore è uscita dal radar, posso solo presumere che sia consumata dal suo libro proprio come te.»
Sam pensò a tutti i messaggi nella segreteria del telefono, alle chiamate perse. Pensò al lavoro che aveva perduto, all’università, e al disastroso incontro con Erin.
La gravità della situazione era appollaiata sulle spalle di Sam come un uccello grasso e ingordo che gli piantava gli artigli nella carne, fino all’osso. Pensò alla piccola città di carta che lo aspettava dentro casa, a quelle torri malferme, fatte di pagine ammucchiate, che lo attendevano in ogni stanza.
Se davvero Moore stava scrivendo lo stesso libro, allora tutto quel lavoro non era servito a niente.
Sam fece una brusca risata priva di umorismo. Non c’era niente da dire.
«Forse sarebbe bene che provassi a contattare Moore» suggerì Eli. «Guarda se con te parla. Il suo numero ce l’hai?»
Sam annuì e guardò la birra. Wainwright aveva dato a ciascuno i contatti degli altri, qualche giorno dopo che erano tornati da Kill Creek. Lo aveva fatto con la scusa di non perdersi di vista, anche se aveva lasciato intendere che magari potevano far sapere a Daniel che pensavano a lui. Sam non si era preoccupato né di telefonargli né di scrivergli una email. Non sapeva cosa dire. Niente poteva migliorare le cose, per Slaughter.
«Scusami, Sam, ma stasera devo prendere un aereo» disse Eli. Si abbassò, per arrivare con gli occhi all’altezza di quelli di Sam. «Fammi un favore: prenditi una pausa dal libro, fatti una doccia, la barba, dai una sistemata a casa. E telefona a Moore. Scopri se c’è un modo per salvare quello a cui state lavorando. Okay?»
«Sì» rispose Sam. «Okay.»
Eli gli diede una pacca sul ginocchio. «Abbi cura di te, Sam.»
Lui annuì.
Guardò Eli che scendeva i gradini della veranda e imboccava il vialetto. A metà strada verso l’auto a noleggio parcheggiata lungo il marciapiede, l’agente si voltò e gli disse: «E d’ora in poi, rispondi a quel cazzo di telefono».
Eli non aspettò la risposta di Sam. Salì sull’auto, accese il motore e si allontanò.
Sam chiuse gli occhi e si prese la testa tra le mani. Ascoltò la brezza del pomeriggio che soffiava tra i rami in boccio degli alberi. Da qualche parte nel suo isolato, un ragazzino strillava felice. Sam si concentrò sul rumore del proprio respiro, sul lento andirivieni del fiato dentro e fuori i suoi polmoni.