Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

«Le librerie cristiane dicono che questa serie non vogliono tenerla. È l’inizio di un allontanamento, Sabrina. Dicono… dicono che i miei libri glorificano il male.»

«È ridicolo.»

Daniel chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. «Lo so. E lo sai anche tu. Questa è l’occasione buona per spiegarmi. E se la chiesa mi abbandonerà, allora avrò ancora più bisogno del pubblico mainstream.»

«Nessuno ti abbandonerà» lo rassicurò lei.

Per un lungo attimo, nessuno dei due aprì bocca.

«Ho sentito parlare di questa casa» disse finalmente Sabrina. «Conosco le storie che racconta la gente.»

«E sono solo questo. Storie.»

Un sospiro, non tanto per lei quanto per lui. «È solo che… non mi piace l’idea che corteggi l’occulto.»

Daniel fece una secca risata. Sapeva che non avrebbe dovuto esagerare nel mostrarsi irritato, ma dopo diciassette anni di matrimonio lei avrebbe dovuto conoscerlo meglio. «Sabrina, sono in una casa molto normale, e molto non-infestata, a promuovere i miei libri. Domani salirò su un aereo e sarò di nuovo a Chicago per l’ora di cena.»

«Lo prometti? Voglio dire, che la casa è… solo una casa?»

Qualcosa scricchiolò sotto i piedi di Daniel. Guardò in basso e vide le scarpe completamente oscurate dalle foglie cadute.

Grattò il terreno con la suola consumata.

«Daniel? Va… to bene?» La ricezione andava e veniva.

«C’è poco segnale, tesoro. Sta per cadere la linea.»

Sotto il piede non aveva la terra, ma qualcosa di più duro. Cemento, forse. Ma il cemento non scricchiolava. Spinse un po’ più forte la punta della scarpa, in basso, e sentì uno schiocco.

Legno. Era legno.

Daniel era grasso. Sapeva di esserlo. In quel momento però si scoprì sorprendentemente agile, saltando in alto proprio mentre l’asse che aveva sotto si spezzava. Mentre lo faceva, il telefono gli scivolò dalle dita sudate.

Atterrò a circa mezzo metro, sulla solida sicurezza del terreno, appena in tempo per vedere il telefono che cadeva dritto verso l’asse spezzata. Un attimo prima il telefono era lì, un attimo dopo fu inghiottito da quella fessura buia e frastagliata.

Sentì, da lontano, la voce metallica della moglie che lo chiamava: «Daniel?» e poi il telefono sparì.

«Cavolo!» Si lanciò verso la spaccatura nell’asse ma si fermò appena in tempo, ricordando che era stato proprio il suo peso a spezzarla.

«Perdio!» esclamò. Subito si guardò intorno, con le guance arrossate dalla vergogna per aver pronunciato invano il Suo nome. Per fortuna non c’era nessuno che potesse udirlo.

Sopra le cime degli alberi, la casa delle sorelle Finch assisteva in silenzio.