Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Rimasero seduti in silenzio; nessuno dei due era sicuro di cosa dire all’altro. Finalmente, Erin cominciò a parlare.
Doveva dirgli qualcosa. Ci aveva pensato tanto negli ultimi tempi, al motivo per cui se n’era andata, a come nel corso del loro matrimonio Sam si fosse allontanato sempre di più, all’amore che lei sapeva di provare ancora per lui e alla propria incapacità di liberarsene, per quanto ci provasse. Lei voleva una famiglia, voleva dei bambini, ma chissà per quale motivo Sam non la pensava allo stesso modo. Disse che si sentiva tradita, perché lui non gliel’aveva detto prima, all’inizio del loro rapporto. Prima di sposarsi, lei era stata onesta con lui su quello che si aspettava dalla vita.
«Sembra quasi che tu creda di non meritare di essere felice» gli disse, senza mezzi termini.
È qui per tentare una riconciliazione, pensò Sam. Vuole mettere tutto sul tavolo, per vedere se c’è uno straccio di speranza di salvare ciò che avevamo una volta.
Più Erin parlava, tuttavia, più Sam sentiva che la sua mente tornava al libro, ai personaggi che aveva lasciato a casa, salvati sull’hard disk del suo computer. Cercò di ascoltarla, ma le voci dei suoi personaggi gli riempivano la testa. Stavano gridando l’uno contro l’altro, in un momento frenetico della storia, dove cercavano di dare un senso all’orrore che stava distruggendo le loro vite.
«Ma mi stai ascoltando?» La voce di Erin si infilò in quella cacofonia.
Sam annuì con forza. «Sì, certo, scusami. È solo che… sto scrivendo qualcosa di nuovo. Credo che sia la cosa migliore che abbia mai scritto.»
Si lasciò andare a una spiegazione sconclusionata della trama, saltando senza criterio da un personaggio all’altro, da una sequenza all’altra, tessendo una tela casuale di pensieri lasciati a metà. Erin lo guardava, con le palpebre che brillavano, orlate di lacrime, mentre lui si smarriva nel ritmo della propria voce. Non stava più parlando con lei; stava rivivendo quelle che adesso erano seicento pagine, scritte dalla prima settimana di novembre. Nuove idee gli uscivano dalle labbra come volute di fumo. Si fermò, per chiedere una penna a una cameriera di passaggio, poi prese un tovagliolo e ci si chinò sopra, scarabocchiando appunti. Quando ebbe riempito entrambe le facciate del tovagliolo, alzò gli occhi cercando qualcos’altro su cui scrivere.
Erin non c’era più.
Fuori, la neve cadeva più forte.
A metà gennaio, Sam decise che aveva bisogno di una pausa. Aveva scritto quasi mille pagine. Erano troppe, lo sapeva. La storia minacciava di finire fuori controllo. Aveva bisogno di rileggere cosa aveva scritto e assicurarsi che non fosse una follia incomprensibile. Allora stampò le prime trecento pagine, premette l’interruttore per accendere il caminetto a gas nel soggiorno e si sedette su una poltrona di pelle sdrucita con in mano una penna rossa.
Le fiamme divamparono tra i ciocchi di ceramica sistemati ad arte.