Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Mi dispiace che tu sia dovuto tornare qui» disse all’improvviso Sebastian. Era rivolto a Daniel, fermo un paio di metri dietro di loro. «Per te dev’essere particolarmente difficile, visto che…»
Anche Sam guardò Daniel, incapace di prevedere la sua reazione. Le guance cadenti dell’altro arrossirono, e gli vennero le lacrime agli occhi. Stringeva i denti, lottando contro il dolore, come volesse inghiottirlo, ricacciarlo giù, giù, giù dentro allo stomaco, dove lo aveva tenuto per quasi sei mesi. La rabbia gli passò sul viso come un lampo, selvaggia e indomabile, poi svanì, i suoi occhi umidi si asciugarono, e il volto tornò all’espressione vuota e inquietante che aveva da quando lo avevano rivisto, a Chicago.
Ignorando Sebastian, Daniel si voltò a guardare Sam. «L’ascensore. Non possiamo prendere quello?»
Prima che Sam potesse rispondere, Wainwright chiamò dalla cima delle scale. «C’è un muro anche da quella parte. Mattoni, proprio come questo. Inoltre, siamo senza elettricità. L’ascensore non funziona.»
Borbottando qualcosa a mezza voce, Daniel abbassò la testa e si addentrò nel corridoio.
«Daniel?» lo chiamò Sam, senza preoccuparsi di mascherare la preoccupazione nella voce.
«Sto bene. Sto bene.»
«Sicuro?»
Daniel annuì, in modo un po’ troppo entusiasta. Le lacrime erano tornate, e minacciavano di traboccare. «Già. Già, voglio solo scendere di sotto per un attimo. Magari esco, prendo una boccata d’aria.»
«Vengo con te» disse Sam.
L’altro alzò una mano per aria. «No!» ringhiò. Poi, con più calma: «Mi serve solo un attimo». Si affrettò lungo il corridoio.
«Dovremmo seguirlo?» domandò Sebastian, quando Daniel scomparve giù per le scale.
«No, se la caverà» rispose Sam. Ma nella voce aveva un’ombra di dubbio.
Ventinove
13:50
Daniel sentiva ancora i colpi di martello echeggiare nella metà superiore della casa, un ritmo cattivo, teso a distruggere, che sembrava intaccare il suo stesso cranio, come un punteruolo invisibile che tentava di arrivargli al cervello.
Sceso al pianoterra si fermò con la mano sulla ringhiera, in fondo alle scale. Chiuse gli occhi, cercando di scacciare un’immagine dalla mente.
Claire. Il suo corpo spezzato e insanguinato, incastrato nel metallo. Il motore che le sputava addosso una nuvola di vapore. Un occhio chiuso e un occhio aperto, con la pupilla dilatata, i vasi sanguigni scoppiati che si mescolavano alla sua bella iride azzurra, macchiandola di porpora. Quell’occhio vitreo che fissava nel nulla dai rottami, senza vedere più niente, senza percepire più niente. Andata. Andata, per sempre.
Daniel soffocò un singhiozzo, furibondo con se stesso. Ogni volta che piangeva era come se l’ultimo pezzetto di Claire che tratteneva dentro di sé scorresse via, si riversasse a terra, perduto. Voleva tenere dentro le lacrime – tenere dentro lei – vicino al suo cuore. Invece, le lacrime sgorgavano libere, e sua figlia con loro, e il vuoto che aveva dentro era sempre più grande, e consumava lui, il suo cuore, la sua anima. Quello che una volta era stato un paradiso adesso era un abisso scuro, immenso come lo spazio, e senza nemmeno una stella a illuminare la via.