Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Cosa dici per farmi smettere?» Nemmeno quelle parole venivano da lui, anche se la sua bocca si muoveva. Sembrava il pupazzo di un ventriloquo. Qualcuno parlava attraverso di lui, imitando alla perfezione la sua voce.
«Cosa dici?»
Una nuvola nera cominciò a infiltrarsi nel campo visivo di Moore. Stava perdendo conoscenza. Sentiva gli occhi che uscivano dalle orbite, e desiderò disperatamente di restare in quella stanza, nel mondo.
«Dillo!»
Allentò la presa, quanto bastava perché Moore prendesse un respiro doloroso.
«Cosa dici per farlo smettere?»
Farlo? Chi?
«Troia, vuoi morire?» Non era più la sua voce. Era qualcos’altro, profondo e bestiale. «Dillo!»
«Io non sono niente!» Moore riuscì a costringere quelle parole a uscire dalle sue labbra.
«Ripetilo!»
«Io non sono niente! Sono una merda! Tu sei tutto! Io non ti merito! Io non sono niente!»
La mano le lasciò andare il collo.
Lei aprì gli occhi.
Era sparito.
Moore ricadde sul letto, portandosi di scatto una mano all’occhio. Nessuna frattura. Nessun gonfiore.
Saltando su dal letto, corse a uno specchio ovale decorato montato sul muro. Controllò agitata il proprio viso, cercando i segni di una ferita. Non trovò niente. Stava bene. Andava tutto bene.
Voltò di lato la testa, studiando il proprio riflesso.
Vicino al letto c’era una donna, con la testa piegata, gli occhi grigi che la fissavano da dietro una cortina di capelli neri.
Moore si girò di scatto.
Non c’era nessuno.
Perlustrò la stanza. Era vuota. Sul pavimento, la bottiglia di whisky era posata su un fianco, ancora intatta.
Le gambe cominciarono a tremarle. Riuscì a stento ad arrivare al letto prima che cedessero.
Si allungò a prendere un cuscino e se lo strinse al petto. Cominciò a piangere.
Era sola. Completamente sola.
Un po’ alla volta le lacrime cessarono. Chiuse gli occhi. Scivolò nel sonno come se non fosse successo niente.
Ai piedi del letto, qualcosa si mosse.
Sebastian fu tirato fuori da un abisso così buio e profondo da sentire che sarebbe rotolato giù, giù, giù per sempre, e la sua preghiera che tutto finisse sarebbe rimasta inascoltata per tutta l’eternità.
Aprì gli occhi. Il raggio di luce lunare che entrava dalla finestra illuminava la stanza quanto bastava perché Sebastian ne percepisse le dimensioni, e sapesse che non era più intrappolato in un vuoto senza confini.
C’era qualcuno, tuttavia, fermo tra le ombre oltre la luce della luna, a pochi metri dai piedi del letto. Sentiva il suo respiro. Aveva il fiato corto, rauco.
Sebastian tornò ad affondare la testa nel cuscino, guardando nell’ombra, aspettando che quella persona si muovesse.
Non è una persona, rimproverò se stesso. È solo un’ombra. Ti costringi a vedere cose che non ci sono.
Batté gli occhi stanchi, inumidendoli nell’aria asciutta d’autunno. La persona nell’ombra cominciò ad acquisire concretezza. I dettagli, malgrado il buio, erano sempre più evidenti.
Un volto pallido. Sorridente. Due occhi spalancati, fissi.
Una donna.
Sebastian sussultò, spaventato. Il cuore gli martellava nel petto.